Grok
il foglio ai
L'Europa che scia
Quando investe su talento, scuola e territorio, i paesi europei non temono nessuno. Il medagliere di Milano-Cortina lo dimostra
C’è un dato che fa sorridere, ma anche pensare: alle Olimpiadi invernali del 2026 l’Europa ha raccolto circa il 65 per cento delle medaglie, lasciando al resto del mondo – Stati Uniti e Cina inclusi – il 35 per cento. E’ un numero che fa felici gli sciatori e i patrioti, ma soprattutto racconta una storia meno banale di quanto sembri. Una storia che, come suggerisce spesso Davide Serra quando parla di competitività, riguarda l’ecosistema prima ancora del singolo campione.
Testo realizzato con AI
Nel medagliere europeo c’è la costanza della Norvegia, la profondità dell’Italia, la scuola dell’Austria, la disciplina della Germania, la tecnica della Svizzera. Non è un caso. E’ geografia, certo: montagne, neve, tradizione. Ma è anche politica pubblica, cultura sportiva, club di base, federazioni solide, competizioni giovanili diffuse, infrastrutture che funzionano. E’ un modello. Prendiamo la Norvegia: cinque milioni di abitanti, eppure una potenza. Non perché abbia un algoritmo più sofisticato, ma perché ha trasformato lo sport in un fatto educativo e comunitario. Sci di fondo nei programmi scolastici, impianti accessibili, allenatori formati, un’idea di merito che non si vergogna di sé. Il risultato è un flusso continuo di talenti. Non una generazione miracolosa, ma un sistema che produce eccellenza. L’Europa, quando vuole, è questo: una macchina lenta ma profonda. Non sempre brillante nella retorica, ma capace di sedimentare competenze. E’ lo stesso schema che vediamo nell’industria manifatturiera, nella moda, nella meccanica di precisione: filiere lunghe, cultura tecnica, trasmissione del sapere. Le medaglie sono la punta dell’iceberg di un capitale umano stratificato. E il resto del mondo? Gli Stati Uniti restano fortissimi in alcune discipline, la Cina cresce dove decide di investire, ma nello sci alpino e nordico il gap è evidente. Non basta comprare tecnologia o importare know-how. Non basta nemmeno l’intelligenza artificiale. L’AI può ottimizzare l’analisi dei dati, migliorare la preparazione atletica, prevenire infortuni. Ma non può sostituire la cultura della montagna, l’allenamento quotidiano a -10 gradi, il bambino che impara a cadere prima ancora che a vincere.
C’è una lezione politica, qui. In un’epoca in cui l’Europa viene descritta come un continente stanco, burocratico, superato da potenze più aggressive, il medagliere invernale racconta altro: racconta resilienza, investimento paziente, orgoglio territoriale. Racconta che quando il campo di gioco premia competenza e continuità, l’Europa c’è. Non è un caso che le discipline in cui l’Europa domina siano quelle più radicate nel territorio. Dove esiste una comunità che sostiene, finanzia, tramanda. E’ il contrario dell’improvvisazione. E’ il contrario della scorciatoia. E’ la smentita vivente dell’idea che basti un piano quinquennale o un’app rivoluzionaria per costruire eccellenza. Forse il punto non è che “gli altri devono recuperare”. Il punto è che l’Europa dovrebbe imparare da sé stessa. Dovrebbe applicare alla scuola, alla ricerca, all’industria la stessa logica che applica allo sci: base larga, selezione meritocratica, investimenti continui, orgoglio competitivo. Le Olimpiadi finiscono, le medaglie si mettono in bacheca. Ma il messaggio resta: in un mondo ossessionato dalla velocità e dall’algoritmo, c’è ancora spazio per la pazienza, per la tradizione, per l’allenamento silenzioso. E sì, anche per una discesa libera che nessuna intelligenza artificiale potrà mai fare al posto tuo.