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Alternative al terrore. Tre passaggi per leggere la nuova linea di frattura, nella fiera contro l'Iran
Quella che oggi divide la comunità internazionale, di fronte alla crisi crisi iraniana, non è una semplice contrapposizione diplomatica, ma una divisione ben più profonda. L'analisi del direttore del Foglio Claudio Cerasa
Il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha provato ad analizzare in tre passaggi la linea che oggi divide la comunità internazionale di fronte alla crisi iraniana. Non una semplice contrapposizione diplomatica, ma una frattura più profonda: terrore o alternative.
Nel primo passaggio Cerasa parte da un elemento politico non scontato:
"Uno dei leader più ostili a Trump, Carney, spiega perché l’operazione contro l’Iran aiuta a promuovere le libertà (non solo in Iran). Perché l’Iran sostiene il terrorismo, è la principale fonte di instabilità in Medio Oriente, il suo programma nucleare è una minaccia per tutti".
Il punto non è la convergenza con Washington, ma il fatto che anche un leader distante dall’attuale amministrazione americana riconosca l’Iran come nodo sistemico di destabilizzazione. Il tema non viene ridotto a una scelta militare contingente, ma elevato a questione di sicurezza e libertà: un regime che arma milizie, reprime il dissenso e persegue il nucleare non è un attore neutrale nello scacchiere globale.
Nel secondo passaggio l’analisi si sposta sulla geografia delle alleanze:
"Con Teheran: Russia, Siria e l’asse delle milizie sciite (ciò che resta di Hezbollah). Contro Iran, Usa, Israele. E poi Australia e Canada. E ancora: Regno Unito, Francia, Germania e i paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Oman, Bahrein). Terrore vs alternative".
Qui la frattura appare netta. Da un lato l’asse che vive di destabilizzazione regionale e di proiezione indiretta della forza. Dall’altro un blocco occidentale e regionale che, pur con differenze interne, considera Teheran una minaccia strategica. Non è solo uno scontro tra Stati: è un confronto tra modelli di ordine internazionale.
Il terzo passaggio introduce il legame con l’Europa e con la guerra in Ucraina:
"Zelensky accusa l’Iran di essere complice di Putin per aver fornito droni e armi usate contro l’Ucraina (57.000 Shahed). Sostiene che i regimi che esportano terrorismo devono essere fermati e auspica Medio Oriente più stabile: quando America non arretra, la libertà può vincere".
L’Iran, in questa lettura, non è solo un dossier mediorientale. I droni Shahed impiegati contro città e infrastrutture ucraine trasformano la crisi in un problema europeo. La destabilizzazione non resta confinata nel Golfo: attraversa confini, si traduce in tecnologia militare, diventa guerra per procura.
Il filo che unisce i tre passaggi è chiaro: la contrapposizione non è semplicemente tra chi sostiene o critica un’operazione militare. È tra chi accetta la normalizzazione del terrorismo come strumento di politica estera e chi prova a costruire un’alternativa fatta di deterrenza, contenimento e alleanze.
“Terrore vs alternative” non è uno slogan, ma una sintesi di questa linea di frattura. La domanda implicita è se la stabilità possa esistere senza porre un limite ai regimi che finanziano milizie, reprimono libertà interne e minacciano l’equilibrio nucleare. In questo schema, medio oriente ed Europa diventano parte della stessa storia. E l’alternativa al terrore diventa, prima di tutto, una scelta politica.