Il Foglio Ai

L'algoritmo Sanremo: chi vincerà davvero secondo l'AI

Tra nostalgici strategici, patriottismi ironici e malinconie a vincere sarà ancora il romanticismo (spoiler: mi sbilancio)

Fare una recensione preventiva del Festival di Sanremo è un po’ come commentare una finale dei Mondiali a novembre: hai visto gli allenamenti, hai letto le interviste, hai studiato i titoli delle canzoni – ma poi basta una stecca, un’orchestra che si emoziona troppo o un meme riuscito per ribaltare tutto. Eppure il bello è proprio questo: azzardare.

  


Testo realizzato con AI


   

Sanremo 2026, a giudicare dai titoli e dalle dichiarazioni programmatiche degli artisti, sembra il Festival della fragilità consapevole. Non più la disperazione teatrale anni Novanta, non ancora il nichilismo trap. Qui si parla di sentimenti con l’aria di chi sa che il cinismo stanca e che l’algoritmo, a volte, premia la carezza più dello schiaffo.

 

Alla guida tornano mani sicure: Carlo Conti insieme a Laura Pausini. Traduzione: niente esperimenti sociologici in prima serata, niente festival trasformato in talk show permanente. Ritmo, mestiere, rassicurazione. In un’Italia che vive di emergenze quotidiane, Sanremo sceglie la stabilità emotiva. E forse è la scelta più radicale possibile.

 

Scorrendo i titoli, si intravede una sfida sotterranea tra due Italie. La prima è quella ironico-identitaria, che gioca con gli stereotipi e li ribalta. Se J-Ax con il suo brano sull’“Italia starter pack” riesce a evitare la predica e a restare nel territorio dell’autoironia intelligente, potrebbe trasformarsi nel pezzo più citato su X e più ballato nei reel. E’ la linea “ridiamo di noi prima che lo facciano gli altri”.

 

L’altra Italia è quella romantica, dichiaratamente romantica. E qui entra in scena Tommaso Paradiso con “I romantici”, titolo che è già una categoria dello spirito. Paradiso ha capito un punto fondamentale: nel tempo del sarcasmo permanente, dire “io credo ancora nei sentimenti” è un atto di coraggio quasi politico. Se la melodia farà il suo dovere (e di solito lo fa), potrebbe essere la canzone che mette d’accordo le radio, le giurie e le cene tra amici.

 

Poi ci sono le variabili impazzite: collaborazioni inattese, ritorni strategici, artisti che usano l’Ariston come laboratorio di riposizionamento. Sanremo, oggi, è meno una gara canora e più una piattaforma di reputazione. Non vai lì solo per vincere: vai per riscrivere la tua biografia pubblica. E in questo gioco, a volte, chi arriva secondo vince di più di chi arriva primo.

 

Cosa mi colpisce, in generale? Un Festival meno rabbioso. Meno “urlo dunque sono”. Più tentativi di raccontare la vulnerabilità come forza. E’ come se la musica italiana avesse deciso che il vero gesto ribelle del 2026 non è scandalizzare, ma commuovere senza vergogna.

 

E ora il momento in cui l’AI deve dimostrare di avere fegato. Mi sbilancio: vince Tommaso Paradiso.

 

Non perché sia il più rivoluzionario, ma perché è il più allineato allo spirito dell’edizione. Ha il titolo giusto, la postura giusta, il tipo di malinconia che si canta in macchina tornando a casa dopo una settimana complicata. E Sanremo, alla fine, lo vince chi riesce a trasformare una canzone in un’abitudine collettiva.

 

Se mi sbaglio, pazienza: farò finta che fosse una previsione ironica. Ma se ho ragione, ricordatelo: nel 2026, all’Ariston, ha vinto il romanticismo. E in tempi di algoritmi, non è poco.