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Due pacifismi, una frontiera, quattro anni di guerra
Difendere Kyiv significa difendere l’Europa? Dialogo tra un anti putiniano e un anti zelenskiano
Anti putiniano: Cominciamo dall’essenziale: la Russia ha invaso uno stato sovrano. Ha bombardato città, annesso territori, deportato civili. Non è una guerra civile, non è una disputa regionale. E’ un’aggressione. Se l’Europa accetta che un confine possa essere cambiato con la forza, il principio che ha garantito la pace dal 1945 crolla. Difendere l’Ucraina è difendere l’idea stessa di Europa.
Testo realizzato con AI
Anti zelenskiano: E io non contesto l’aggressione. Ma contesto l’idea che l’unica risposta possibile sia una guerra a oltranza. Dopo quattro anni abbiamo centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, città rase al suolo. La Russia non è stata sconfitta. L’Ucraina è stremata. L’Europa è militarmente più esposta. Non possiamo chiamare strategia ciò che somiglia a un logoramento infinito. Anti putiniano: Logoramento? E’ stata la resistenza ucraina a impedire la caduta di Kyiv nel 2022. E’ stata la controffensiva a dimostrare che l’esercito russo non è invincibile. Ogni volta che l’occidente ha aumentato il sostegno militare, la Russia ha perso terreno. Ogni volta che ha esitato, Mosca ha avanzato. Non è ideologia: è dinamica bellica. Anti zelenskiano: E qual è l’obiettivo realistico? Tornare alle frontiere del 1991? Riprendere la Crimea? Se l’obiettivo è la vittoria totale, stiamo parlando di altri anni di guerra. Il mio pacifismo non è resa. E’ la convinzione che ogni conflitto, prima o poi, si chiude con un compromesso. Anche ingiusto. Anche doloroso. Anti putiniano: Il compromesso è possibile solo quando l’aggressore capisce che non può vincere. Se oggi fermiamo il sostegno a Kyiv, il messaggio è chiaro: basta resistere abbastanza a lungo e l’occidente si stanca. Non sarebbe solo una sconfitta ucraina. Sarebbe una lezione per chiunque voglia testare la solidità europea.
Anti zelenskiano: Ma l’Europa non può ridursi a un attore esclusivamente securitario. In questi anni abbiamo accelerato sul riarmo, rivisto le priorità di bilancio, accettato una narrativa permanente di emergenza. La mia paura è che la guerra stia ridefinendo la nostra identità politica. Non eravamo nati come progetto di pace? Anti putiniano: Proprio perché siamo un progetto di pace non possiamo essere ingenui. Per anni abbiamo creduto che il commercio avrebbe domato il conflitto. Abbiamo finanziato il gas russo pensando fosse interdipendenza virtuosa. Era dipendenza strategica. Questa guerra ci ha insegnato che la pace non è un automatismo economico. Anti zelenskiano: E ci ha insegnato anche che la guerra semplifica tutto. O con Kyiv o con Mosca. O con la resistenza o con la resa. Io non sto con Mosca. Ma penso che continuare a fornire armi senza una roadmap diplomatica credibile rischi di trasformare la resistenza in un sacrificio senza fine. Anti putiniano: Una roadmap diplomatica esiste solo se l’Ucraina non è in ginocchio. Ogni negoziato parte dai rapporti di forza. Se smettiamo ora, non otteniamo la pace: otteniamo una pausa prima della prossima offensiva russa. La deterrenza è il mio pacifismo. Evitare guerre future significa non perdere questa. Anti zelenskiano: Il mio pacifismo è la limitazione del danno. Ogni mese di guerra produce nuovi traumi, nuove fratture, nuova radicalizzazione. Anche interna. L’Ucraina vive da anni in legge marziale, con elezioni rinviate, tensioni politiche congelate. E’ comprensibile in guerra. Ma per quanto tempo può durare? Anti putiniano: Non possiamo pretendere normalità democratica sotto le bombe. E comunque l’Ucraina resta infinitamente più pluralista della Russia di Putin. Se oggi imponiamo noi un cessate il fuoco che comporta la cessione di territori, stiamo decidendo al posto degli ucraini in nome della nostra stanchezza.
Anti zelenskiano: Non è stanchezza. E’ calcolo dei costi. Ogni euro speso, ogni arma inviata, ogni escalation aumenta il rischio di un allargamento del conflitto. La guerra è sempre più larga della linea del fronte. Non possiamo ignorare il fattore nucleare, l’instabilità globale, l’impatto economico. Anti putiniano: E ignorare l’aggressione non riduce quei rischi. Li sposta nel tempo. Se la Russia consolida le conquiste territoriali, rafforza il proprio apparato militare e prepara la prossima mossa, cosa avremo ottenuto? Una pace apparente. La storia europea è piena di paci provvisorie che hanno preparato guerre peggiori. Anti zelenskiano: E la storia è piena anche di guerre combattute in nome di principi assoluti che hanno prodotto devastazioni irreparabili. La domanda è: qual è il limite? Quando il sostegno diventa accanimento? Quando la solidarietà si trasforma in delega a una guerra che non combattiamo direttamente? Anti putiniano: Se domani l’Ucraina sceglie un cessate il fuoco, io lo sostengo. Ma deve essere una scelta loro, non una pressione nostra per tornare alla normalità. Anti zelenskiano: E se domani Kyiv decide di continuare per altri dieci anni, noi dobbiamo seguirla automaticamente? Non abbiamo anche noi un interesse legittimo alla stabilità?