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IL FOGLIO AI
Due genitori discutono sul divieto dei social agli under 16
Un editoriale dell’Economist sostiene che vietare i social agli adolescenti sarebbe controproducente: difficile da far rispettare, rischioso perché spinge verso piattaforme peggiori, e capace di privare i ragazzi anche dei benefici della rete
Marco: Io lo dico senza giri di parole: se l’Australia ha vietato i social agli under 16 un motivo ci sarà. Non possiamo far finta di non vedere quello che succede: sextortion, cyberbullismo, autolesionismo amplificato dagli algoritmi. Non è paranoia da genitori ansiosi. E’ cronaca.
Laura: Ma l’Economist dice una cosa molto precisa: la prova che i social stiano causando un danno “di massa” alla salute mentale dei ragazzi non è conclusiva. Ci sono casi terribili, certo. Ma costruire una legge generale su casi estremi è sempre pericoloso.
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Marco: Quella frase è elegante, ma noi non viviamo nei grafici. Viviamo nelle case. Mia figlia torna da scuola e la prima cosa che fa è scrollare. Ore e ore. L’Economist stesso ammette che le piattaforme sono progettate per tenere i ragazzi incollati allo schermo. Endless scrolling, autoplay. Non è una piazza neutra, è una slot machine.
Laura: Sì, ma proprio per questo la soluzione non è vietare, è regolare meglio. L’editoriale propone altro: più dati obbligatori per i ricercatori, più moderazione, account “teen” con guardrail, modifiche al design. E’ un approccio di responsabilità delle piattaforme, non di proibizionismo.
Marco: E nel frattempo? Aspettiamo le cause in America e le multe europee? I ragazzi fanno da cavie? Non mi basta che Bruxelles minacci TikTok perché è “addictive”. Io vedo che l’addiction c’è già.
Laura: Ma il divieto funziona? In Australia i ragazzi stanno già trovando modi per aggirarlo. Trucco sul volto per sembrare più grandi, account di prestanome. E’ come il proibizionismo sull’alcol: crea un mercato parallelo e spinge verso ambienti meno controllati.
Marco: Meglio un divieto imperfetto che un far west perfetto.
Laura: Non è così semplice. Se li cacci dai social mainstream, dove vanno? L’editoriale lo dice chiaramente: rischiano piattaforme più oscure, meno moderate, più pericolose. E poi c’è un altro punto: se aggirano il divieto, saranno meno propensi a dirti quando vedono qualcosa di orribile. Per paura di essere puniti.
Marco: Questo è un buon argomento. Ma c’è anche un altro lato. Noi adulti abbiamo già limitato la loro libertà fisica: non li lasciamo più uscire come facevamo noi. E’ vero. Però proprio per questo dovremmo proteggerli di più online, non lasciarli soli in una giungla algoritmica.
Laura: L’Economist ribalta la questione: dopo averli chiusi in casa, ora vogliamo chiudere anche l’unico spazio sociale che hanno. E poi diciamocelo: se togli TikTok, non è che si mettono a leggere Tolstoj. Vanno su console e streaming.
Marco: Meglio una serie tv che un feed che ti propone contenuti su autolesionismo.
Laura: Dipende. Per alcuni ragazzi i social non sono tossici, sono salvifici. Pensa a chi si sente isolato per orientamento sessuale, per neurodivergenza, per contesto geografico. L’editoriale parla proprio di questo: per alcuni sono una benedizione.
Marco: Sì, ma quante benedizioni e quante trappole? Il problema è statistico, ma la sofferenza è individuale.
Laura: Allora la vera domanda è: vogliamo una risposta simbolica o una risposta efficace? Il divieto è politicamente perfetto. Piace a destra e a sinistra. Ma è anche un modo per “scaricare” la responsabilità. Lo dice l’editoriale: sembra una scorciatoia per non fare il lavoro difficile di rendere le piattaforme più sicure.
Marco: E tu ti fidi che le piattaforme diventino improvvisamente virtuose?
Laura: Non mi fido. Ma preferisco un sistema che impone trasparenza algoritmica, verifiche serie dell’età, moderazione obbligatoria, che non un divieto che illude. Perché c’è un altro punto cruciale: i ragazzi hanno diritto a partecipare alle nuove tecnologie. Se non imparano a usarle gradualmente, cosa succede a 16 anni? Accesso totale e zero competenze.
Marco: Questo è vero. Un salto improvviso può essere peggiore.
Laura: Esatto. Ritardare non è educare. E’ solo spostare il problema.
Marco: Però ammetti che oggi l’equilibrio è rotto. Le piattaforme hanno vinto troppo facilmente.
Laura: Lo ammetto. E forse la soluzione è più radicale di quanto sembri: non vietare ai ragazzi, ma vietare alle piattaforme certi meccanismi. Niente autoplay per i minori. Stop all’infinite scroll. Feed cronologico. Tempo massimo giornaliero.
Marco: Quindi non “Let them scroll”, ma “Let them scroll safely”.
Laura: Esatto. L’Economist non è ingenuo. Non dice che va tutto bene. Dice che il divieto totale rischia di fare più danni che benefici. E su questo, sinceramente, io sono d’accordo.
Marco: Io resto combattuto. Da padre, l’istinto è proteggere. Da cittadino, capisco che il proibizionismo raramente funziona. Forse la vera domanda è un’altra: abbiamo il coraggio di fare la regolazione difficile, o preferiamo il gesto simbolico?
Laura: E abbiamo il coraggio, come genitori, di fare la parte che ci spetta? Regole in casa. Presenza. Dialogo. Perché nessuna legge sostituirà questo.