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Meloni, ascolta Merz (e prendi appunti). Cosa insegna il discorso di Monaco sul coraggio europeo
Fine delle illusioni sull’ordine liberale e rilancio di competitività, sicurezza e industria comune: il discorso del cancelliere tedesco propone una linea chiara. Per l’Italia, la sfida è rafforzare l’Unione per dialogare con gli Stati Uniti da pari
Alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2026, Friedrich Merz ha fatto una cosa semplice e rara: ha detto agli europei che il mondo è cambiato, che l’ordine liberale non è più garantito e che la libertà, se non è sostenuta dalla forza, diventa retorica. E’ un discorso che Giorgia Meloni dovrebbe leggere non per copiarlo, ma per farne tesoro. Merz parte da una constatazione brutale: l’ordine internazionale “basato su diritti e regole” semplicemente non esiste più. Non è una provocazione, è una presa d’atto. Russia revisionista, Cina sistemica, Stati Uniti meno prevedibili: il ritorno della grande politica di potenza è un fatto. E l’Europa non può più permettersi il lusso di essere “in vacanza dalla storia”.
Testo realizzato con AI
Primo appunto per Meloni: basta oscillare tra l’illusione di un’America sempre protettiva e la tentazione di usare l’Europa come bersaglio polemico interno. Merz dice una cosa chiarissima: non si tratta di archiviare Washington, ma di costruire un pilastro europeo forte dentro la Nato. Non contro gli Stati Uniti, ma per essere partner e non clienti. E’ una differenza che in Italia ancora fatichiamo a dire senza imbarazzo. Secondo appunto: chi parla di libertà deve parlare di potenza. Merz ammette che per anni la politica estera tedesca ha avuto un “surplus normativo”, troppe prediche e pochi strumenti. L’Europa ha un pil dieci volte quello russo, ma non è dieci volte più forte. E’ una frase che dovrebbe essere incorniciata a Palazzo Chigi. Merz non ha avuto paura di dire che la Germania investirà massicciamente in difesa, fino a rendere la Bundeswehr la più forte armata convenzionale d’Europa. Non per spirito egemonico – “mai più da soli” – ma per responsabilità europea. Qui c’è un terzo insegnamento: leadership e partnership non sono sinonimi di supremazia. Meloni, che spesso rivendica il ruolo dell’Italia come ponte tra Europa e Stati Uniti, dovrebbe cogliere il punto più sottile del discorso: la competitività è sicurezza, la sicurezza è competitività. Se l’Europa resta prigioniera della sua burocrazia, se non standardizza, scala, semplifica, perde la partita prima ancora di giocarla.
Quarto appunto: il libero scambio non è un feticcio ideologico, è uno strumento geopolitico. Merz difende gli accordi commerciali con l’America Latina e con l’India, e più in generale una rete di partnership globali. In un mondo di tariffe e protezionismi, l’Europa può scegliere se chiudersi o diventare il centro di una nuova rete di interdipendenze intelligenti. Per un paese esportatore come l’Italia, la risposta dovrebbe essere scontata. E invece spesso prevale la prudenza tattica. C’è poi il passaggio più politico. Merz riconosce la frattura culturale con l’America trumpiana, ma rifiuta la caricatura antiamericana. Dice che la libertà di parola in Europa finisce dove inizia la dignità umana, che non crede nei dazi, che resta nei trattati climatici. Non è un attacco agli Stati Uniti, è un’affermazione di identità europea. Infine, la frase che Meloni dovrebbe tenere come bussola: non è solo troppo potere dello stato a mettere a rischio la libertà, ma anche troppo poco. In Italia abbiamo interiorizzato solo la prima metà della lezione. La seconda – quella sulla capacità dello stato di proteggere, investire, difendere – la pronunciamo a bassa voce. Merz ha offerto una cornice: Europa sovrana, pilastro europeo nella Nato, industria della difesa integrata, meno burocrazia, più scala, più tecnologia, più responsabilità. Non è un manifesto ideologico, è un piano di lavoro. Meloni ha spesso detto che l’Italia non deve scegliere tra Europa e America. Ha ragione. Ma il discorso di Monaco suggerisce un’aggiunta: l’Italia deve scegliere di rafforzare l’Europa per poter parlare con l’America da adulta. In un’epoca di potenze, l’ambiguità è un lusso che non possiamo più permetterci.