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La storia di Gianluca Callipo e il prezzo pagato da chi finisce nella rete di un'inchiesta poi smontata 

La vicenda del giovane sindaco dem di Pizzo Calabro travolto da un'inchiesta poi annullata, evidenzia il drammatico costo di un errore giudiziario. Accusato ingiustamente di mafia, ha visto la sua carriera e vita distrutte, rivelando le fragilità del sistema giudiziario

Dottor Gratteri, le dice qualcosa il nome di Gianluca Callipo? Non è un signore qualunque. E’ stato, nel 2019, il giovane sindaco di Pizzo Calabro, esponente del Partito democratico, eletto primo cittadino quando non aveva ancora trent’anni. Prima presidente nazionale di Anci Giovani, poi presidente di Anci Calabria, una giovane promessa della politica meridionale. Nel 2017 viene rieletto con il 62,27 per cento dei voti.

 


Testo realizzato con AI


 

Un consenso ampio, una carriera che sembra in ascesa. Poi arriva il 19 dicembre 2019. All’alba scatta il maxi blitz dell’operazione “Rinascita-Scott”, condotta dalla Distrettuale Antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. Nella rete finisce anche lui: accuse pesanti, concorso esterno in associazione mafiosa e abuso d’ufficio con aggravante mafiosa. Le porte che si aprono non sono più quelle del municipio ma quelle del carcere. Le sue parole fanno venire i brividi: “Quando aprii la porta, alle 3.30 di notte, e mi trovai i Carabinieri che mi comunicavano che stavano eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, all’inizio non ci potevo credere… Entrarono consegnandomi due scatoloni contenenti una trentina di faldoni… Provai a sfogliare alcune delle migliaia di pagine ma capii ben poco”.  Dopo sette mesi di carcere, interviene la Cassazione: annulla l’ordinanza custodiale. Non ci sono i gravi indizi. L’impianto accusatorio viene smontato. Eppure, non basta. Dopo quella bocciatura, la Procura chiede per Callipo diciotto anni di reclusione.   Il processo si conclude con un’assoluzione. Definitiva: la Procura rinuncia all’appello. Fine della vicenda giudiziaria. Non della vicenda umana. Callipo non fa più politica. Ha pagato un prezzo altissimo: reputazione, carriera, serenità. La sua vita pubblica è stata travolta da accuse finite nel nulla. E qui sta il punto che chi vuole votare no al referendum dovrebbe guardare senza paraocchi: cosa succede quando un sistema sbaglia? Chi risponde? Chi paga? Il pubblico ministero prosegue la sua carriera. Il Consiglio superiore della magistratura assegna valutazioni di professionalità positive nel 99 per cento dei casi. E’ un dato che racconta una realtà: l’errore giudiziario, anche quando produce mesi di carcere per un innocente, raramente incide sulla valutazione del magistrato. Non si tratta di delegittimare la magistratura né di negare la necessità di combattere la mafia con fermezza. Quasi la metà degli imputati viene assolta già in primo grado. Tantissimi procedimenti si chiudono con un’archiviazione. Sono numeri che dovrebbero imporre prudenza, non indifferenza.   Il referendum sulla giustizia nasce anche da qui. Dalla domanda se sia giusto che le carriere restino intrecciate, che i meccanismi disciplinari restino sostanzialmente interni, che le valutazioni siano quasi sempre positive indipendentemente dagli esiti delle inchieste. Votare no significa dire che questo equilibrio va bene così. La storia di   Callipo non è un’eccezione irripetibile. E’ un caso emblematico di ciò che può accadere quando la forza dello stato, legittima e necessaria, non incontra un sistema altrettanto forte di garanzie e responsabilità. Non si tratta di processare i magistrati ma di chiedere un sistema che sappia correggere se stesso, che distingua tra errore fisiologico e abuso, che non consideri la rovina di una vita un semplice effetto collaterale. Dottor Gratteri, quando parla di indagati e imputati, ricordi che sono persone. E a chi vuole votare no, un invito: pensi a quella porta che si apre alle tre e mezza, ai due scatoloni, ai sette mesi di carcere, all’assoluzione. Se  crede ancora che non serva cambiare nulla, allora voti pure no. Ma almeno sappia cosa sta difendendo.