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FOGLIO AI

Il disastro annunciato alle Olimpiadi non c'è stato. L'Italia, quando vuole, sa fare le cose

Cerimonia da record, impianti efficienti e trasporti regolari hanno trasformato il pessimismo in un successo di partecipazione e organizzazione impeccabile. Contro l’autodenigrazione e le profezie di disastro, ha prevalso la capacità di far funzionare le cose con pianificazione e responsabilità

C’era un copione già scritto. Le Olimpiadi sarebbero state un pasticcio. I cantieri non sarebbero mai finiti, i costi sarebbero esplosi, i trasporti sarebbero collassati, la sicurezza sarebbe stata un incubo, le figuracce internazionali assicurate. Ogni grande evento in Italia inizia così: prima ancora che si accenda la fiamma, si accende il rosario delle profezie nere. E invece no. I cantieri, innanzitutto. Si diceva: non ce la faremo mai. Ritardi, varianti, burocrazia paralizzante. E invece le opere principali sono state consegnate nei tempi previsti o con scarti fisiologici, senza quella deriva fuori controllo che per anni è stata la nostra maledizione. Non perfetti, certo. Ma finiti. E funzionanti. Poi i costi. “Vedrete, sarà una voragine”. Ogni cifra veniva presentata come l’anticamera di un buco nero finanziario. E invece il monitoraggio serrato, la distinzione tra spese olimpiche e investimenti infrastrutturali di lungo periodo, la collaborazione tra governo, enti locali e comitato organizzatore hanno tenuto la barra.

 


Testo realizzato con AI


 

Non è stata la solita storia di conti fuori controllo scaricati sulle generazioni future. E’ stato, piuttosto, un test di maturità amministrativa. I trasporti. “Milano e le città coinvolte saranno paralizzate”. File chilometriche, stazioni al collasso, aeroporti ingestibili. Invece il sistema ha retto. Con potenziamenti mirati, coordinamento tra forze dell’ordine e operatori, tecnologia applicata alla gestione dei flussi. Non è stato un miracolo: è stata pianificazione. La sicurezza. Con il contesto internazionale che conosciamo, il pessimismo era quasi automatico. “Saremo vulnerabili”. E invece la macchina della prevenzione ha funzionato. C’era poi il capitolo reputazione. “Faremo l’ennesima figura provinciale”. E’ l’autodenigrazione come sport nazionale. E invece le immagini hanno raccontato un paese capace di coniugare bellezza e competenza, accoglienza e professionalità. L’Italia non è stata solo scenografia: è stata regia. Si diceva anche che non ci sarebbe stato coinvolgimento, che l’entusiasmo sarebbe stato tiepido, che la gente avrebbe guardato l’evento con distacco. E’ accaduto il contrario: partecipazione diffusa, piazze vive, senso di appartenenza.

 

Infine, il sospetto più sottile: “Finita la festa, non resterà nulla”. E’  la versione elegante del cinismo. Ma restano infrastrutture migliorate, competenze organizzative, una filiera di imprese che ha lavorato su standard internazionali, una consapevolezza nuova: possiamo farcela.  Contro i gufi non serve trionfalismo. Serve memoria. Ricordare tutte le frasi dette, tutte le certezze negative, tutte le profezie di sventura. Non per regolare conti, ma per riequilibrare il racconto. Perché il problema non è criticare: è trasformare ogni progetto in un presunto fallimento prima ancora che inizi. Le Olimpiadi hanno funzionato non perché l’Italia sia improvvisamente diventata perfetta, ma perché ha deciso di non raccontarsi come incapace. E’ una differenza enorme. Significa passare dall’idea che “tanto non funziona nulla” alla responsabilità di far funzionare le cose.