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Caos sulla Striscia di Gaza. Il punto più serio del piano Trump che tutti fingono di non vedere

Nel “Board of Peace” c’è un principio chiaro: lo stato palestinese è possibile, ma solo dopo il disarmo di Hamas. L’inerzia diventa complicità

Il “Board of Peace” voluto da Donald Trump – organismo ibrido, mezzo diplomatico e mezzo amministrativo, che dovrebbe supervisionare la fase successiva della tregua e della ricostruzione di Gaza – nasce già avvolto nella polemica: chi comanda, con quale mandato, con quali paesi dentro, con quali paesi fuori, e soprattutto con quale credibilità. E qui entra in scena l’Italia, insieme ad altri paesi democratici e anche all’Ue: non come membri pieni, ma come osservatori. Un ruolo che può sembrare minore e invece è centrale: serve a due cose opposte e insieme vere. Da un lato, impedire che il dopo-Gaza venga gestito come un affare privato americano, con una governance “transactional” e opaca. Dall’altro, offrire a Trump una foglia di fico: la presenza di democrazie occidentali, anche solo in platea, aiuta a “mascherare” il fatto che nel board – o attorno al board – gravitano paesi che non sono esattamente modelli di trasparenza, pluralismo o rispetto dei diritti. Nel piano americano c’è un passaggio che andrebbe ricordato a voce alta: lo stato palestinese è possibile, ma soltanto dopo il disarmo di Hamas e la demilitarizzazione di Gaza.

 


Testo realizzato con AI


 

E’ la condizione che rende politicamente pensabile, in Israele e altrove, una prospettiva di due stati; ed è anche l’unica condizione che separa una ricostruzione vera da un semplice “reset” in vista della prossima guerra. Fin qui, si dirà: è una posizione americana. E infatti la parte interessante è che non è più soltanto americana. Nell’estate 2025, a New York, una dichiarazione firmata da paesi arabi e musulmani – insieme all’Unione europea e ad altri governi – ha detto una cosa senza precedenti con quella nettezza: Hamas deve porre fine al suo controllo su Gaza e consegnare le armi all’Autorità palestinese, con supporto internazionale, dentro un percorso che porti a uno stato palestinese demilitarizzato. E allora la domanda, quella vera, è brutalmente semplice: se persino i paesi arabi hanno messo la parola “disarmo” in un testo comune, perché nessuno fa pressione davvero perché accada? Fare pressione su Hamas significa  ammettere che senza un atto di rottura – senza la fine della milizia come potere politico – la causa palestinese resta prigioniera di chi la usa per non farla mai diventare stato.

 

C’è poi un’altra verità scomoda: la pressione su Hamas non è gratis. Richiede strumenti, incentivi, garanzie e anche minacce credibili. Richiede che chi finanzia, ospita, media, protegge o semplicemente tollera metta sul tavolo un prezzo. E qui si capisce perché la frase “Hamas deve disarmare” è diventata una formula rituale: dirla non costa niente, farla valere costa moltissimo. Il risultato è che il punto più serio del piano Trump rischia di diventare il più ignorato. Trump, per motivi suoi, lo ripete: senza demilitarizzazione non si va avanti. Ma Hamas, quando parla, oscilla tra ambiguità e smentite: “siamo impegnati nell’accordo”, salvo chiarire che non ha mai accettato di deporre le armi. Lo stato palestinese non lo impedisce l’idea in sé, lo impedisce la presenza di un esercito parallelo che si considera sovrano e intoccabile. Se il mondo  non trasforma quella condizione in una pressione reale, allora ogni board, ogni conferenza, ogni piano, sarà solo un modo per rimandare. Con una differenza: a pagare il rinvio non saranno i firmatari dei comunicati. Saranno, come sempre, i palestinesi senza stato e gli israeliani senza sicurezza.