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Il Ponzi di Epstein

Come funzionava la macchina delle relazioni. Non un giro di amicizie ma un sistema strutturato che scambiava accesso e status al posto di denaro, tenuto in piedi da favori crescenti, dipendenza relazionale e il terrore sottile di perdere tutto con un solo passo falso

Per capire come funzionava esattamente lo schema, conviene dimenticare per un attimo il personaggio mostruoso e concentrarsi sul metodo. Jeffrey Epstein non era solo un uomo ricco con contatti importanti: era il gestore di un sistema di scambio reputazionale, una sorta di Ponzi non finanziario ma sociale. Al posto dei rendimenti prometteva accesso. Al posto dei capitali raccoglieva relazioni. E come in ogni Ponzi che si rispetti, il meccanismo reggeva finché tutti avevano interesse a non smontarlo. La prima fase era l’individuazione del bisogno. Epstein osservava l’élite con attenzione chirurgica. Politici, accademici, finanzieri, intellettuali, aristocratici: persone che avevano già tutto, tranne una cosa precisa.

 


Testo realizzato con AI


 

A qualcuno mancava un confidente, a qualcun altro un facilitatore, a qualcun altro ancora un intermediario capace di aprire porte giuste nel momento giusto. Epstein si proponeva sempre con il ruolo adatto, mai uguale, sempre personalizzato. Secondo: l’offerta iniziale a basso costo e ad altissimo valore simbolico. Inviti, cene, viaggi, conversazioni, presentazioni. La sua casa, con le pareti tappezzate di fotografie di persone potenti, funzionava come una brochure permanente: una dimostrazione visiva del fatto che lui era dentro il cerchio. Terzo passaggio, il più importante: la trasformazione del favore in relazione stabile. Epstein non si limitava al colpo singolo. Coltivava il rapporto nel tempo, creando una dipendenza sottile ma reale. Ti presento qualcuno, ti faccio incontrare qualcun altro, ti invito in un posto dove contano le cose. Come in un Ponzi classico, i “rendimenti” dei primi aderenti erano garantiti dall’allargamento continuo della rete. Quarto: la monetizzazione opaca. A un certo punto, senza mai apparire come un venditore, Epstein iniziava a trasformare il capitale sociale in flussi concreti: consulenze, pagamenti, intermediazioni, trasferimenti di denaro difficili da spiegare in termini di mercato. Le causali erano vaghe, le cifre spesso sproporzionate rispetto ai servizi dichiarati.

 

Infine, il quinto passaggio, quello che rende il sistema particolarmente solido: la gestione del rischio tramite l’intimità. Epstein accumulava informazioni, confidenze, dettagli privati. Non sempre servivano. Ma bastava che esistessero. Quando la seduzione non funzionava più, entrava in scena la deterrenza. Il messaggio implicito era semplice: uscire dal sistema aveva un costo reputazionale potenzialmente enorme. Come in ogni schema Ponzi che collassa solo quando qualcuno parla, il silenzio era parte integrante del modello.Questo è il punto chiave. Il Ponzi sociale di Epstein non si basava sull’avidità classica, ma sulla paura dell’esclusione. Non sulla promessa di guadagni, ma sul timore di perdere status. E’ per questo che ha funzionato così a lungo. Non perché tutti fossero complici, ma perché tutti, a modo loro, erano incastrati in un sistema che rendeva più conveniente restare dentro che uscirne.