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Il Foglio Ai

Ehi, pessimisti, c'è una cattiva notizia per voi: il mondo non è diventato più ingiusto

I numeri smentiscono la narrazione dell’apocalisse permanente e mostrano invece una riduzione storica delle distanze nei consumi globali, dall’India alla Grecia

C’è un problema serio con il pessimismo strutturale: ignora i numeri quando non confermano la tesi. E i numeri, oggi, raccontano una storia che per molti è indigesta. Negli ultimi venticinque anni il mondo, nel suo complesso, è diventato più equo. Non più buono, non più morale, non più giusto in senso assoluto. Più equo. E questo, per chi vive di catastrofi permanenti, è una pessima notizia. Prendiamo un dato secco. All’inizio degli anni Duemila il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale spendeva circa quaranta volte più del 50 per cento più povero. Oggi quel rapporto è sceso a circa diciotto. Non di poco. Non per magia. E’ più che dimezzato. E nello stesso periodo anche l’un per cento più ricco ha visto ridursi la propria quota dei consumi globali. Non perché i ricchi siano diventati poveri, ma perché i poveri sono diventati meno poveri.

 


Testo realizzato con AI


 

Il punto chiave è dove è avvenuto il cambiamento. Non nei paesi già ricchi, ma nelle economie a basso e medio reddito. Sono quelle che sono cresciute più rapidamente. Sono quelle che hanno visto aumentare i consumi man mano che aumentavano i redditi. E’ lì che si è giocata la partita dell’equità globale. Un esempio basta su tutti: venticinque anni fa la spesa media di un americano era più di sedici volte quella di un indiano. Oggi è meno di otto volte. La distanza non è sparita, ma si è ridotta drasticamente. Questo significa una cosa semplice, che però dà fastidio: la globalizzazione ha funzionato soprattutto come meccanismo di convergenza. Ha consentito a centinaia di milioni di persone di avvicinarsi, nei consumi e nelle possibilità, agli standard dei paesi avanzati. Mangiare meglio, curarsi di più, muoversi di più, studiare di più. Tutto questo passa anche dai consumi, che piacciano o no ai moralisti della decrescita.

 

Naturalmente la storia non è uniforme. La disuguaglianza all’interno dei singoli paesi può raccontare un’altra trama. In alcune economie avanzate, nell’ultimo decennio, il 10 per cento più ricco si è allontanato dal 50 per cento più povero. E’ successo, per esempio, in Giappone, in Danimarca, in Islanda, in Svezia. Ed è giusto discuterne. Ma confondere questi fenomeni con l’idea di un mondo complessivamente più diseguale è un errore di prospettiva. Anzi, il dato più ironico è un altro. In molti paesi dove la politica populista insiste nel dire che “i poveri sono stati lasciati indietro”, i divari nei consumi si sono ridotti proprio negli anni più recenti. E’ accaduto rapidamente in Spagna e in Grecia, ed è visibile anche in Francia e nel Regno Unito. Segno che, almeno sul piano dei consumi, le famiglie a basso reddito stanno recuperando terreno. Non abbastanza per i comizi, ma abbastanza per smentire la narrazione del collasso permanente. Il problema, allora, non è che il mondo stia peggiorando ovunque e comunque. Il problema è che il racconto del peggioramento è diventato un’industria. Un’industria che vive di percezioni, non di proporzioni. Che seleziona i dati, invece di leggerli. Che trasforma ogni squilibrio reale in prova definitiva dello sfacelo totale. La cattiva notizia per i pessimisti è tutta qui: i numeri non collaborano più. Dicono che il mondo resta imperfetto, ingiusto, pieno di problemi.

 

Ma dicono anche che, rispetto a venticinque anni fa, è meno distante, meno sbilanciato, meno diseguale di quanto serva al racconto dell’apocalisse continua. E contro i numeri, anche il pessimismo più militante, prima o poi, inciampa.