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Draghi, la scelta e l'alibi finito
Un europeista e un anti-europeista si prendono sul serio (per una volta). Il “federalismo pragmatico”
Europeista: Draghi ha una virtù che in tempi di comunicati e tweet sembra quasi un vizio: non finge che basti “essere Europa” per essere al sicuro. Dice che l’ordine internazionale fondato sul diritto e sostenuto da istituzioni credibili ha portato pace e prosperità. E aggiunge: è fallito non perché fosse un’illusione, ma perché non ha saputo correggere gli squilibri. E’ un modo elegante per dire che la storia non si lascia addomesticare con le buone intenzioni.
Testo realizzato con AI
Anti-europeista: E’ anche un modo elegante per dire che ci siamo raccontati una favola. Se l’ordine “fondato sul diritto” si è rivelato incapace di reggere l’ingresso della Cina nell’Omc, la divergenza tra commercio e sicurezza, il mercantilismo, la deindustrializzazione e il contraccolpo politico, allora forse il problema è l’architettura stessa. Draghi fa la diagnosi con lucidità, ma poi la cura è sempre la stessa: più Europa, più potere europeo, più integrazione. Come se l’Europa fosse un farmaco universale.
Europeista: Non “più Europa” in astratto. Draghi dice una cosa molto concreta: il crollo dell’ordine non è di per sé la minaccia. Un mondo con meno commercio e regole più deboli sarebbe doloroso, ma gestibile. La minaccia è ciò che lo sostituisce: Stati Uniti che impongono dazi, minacciano interessi territoriali e trovano utile la frammentazione politica europea; una Cina che controlla nodi critici, usa la leva delle dipendenze, inonda mercati e trattiene input. In quel mondo, se resti un “grande mercato” senza potere, diventi periferia.
Anti-europeista: Qui però c’è una contraddizione. Draghi riconosce che siamo dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa e dalla Cina per terre rare e catene del valore in settori cruciali. Poi dice che la strada migliore è quella che già stiamo seguendo: accordi commerciali con partner “che condividono i nostri valori”, diversificazione, rafforzamento delle posizioni chiave. Benissimo. Ma perché questo dovrebbe portarci alla federazione? Non potremmo fare la stessa cosa restando stati sovrani che cooperano? Perché trasformare una necessità strategica in un salto costituzionale?
Europeista: Perché Draghi descrive la cooperazione tra sovrani come una macchina che non produce potere. La chiama confederazione: veto, calcoli nazionali, rischio di isolamento “uno dopo l’altro”. E’ la fotografia di ciò che siamo quando la posta sale. E lui aggiunge un punto che fa male perché è vero: dove l’Europa si è federata – commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria – negozia come entità unica ed è trattata come potenza. Dove non si è federata – difesa, industria, esteri – è trattata come un’assemblea da dividere e gestire. La differenza non è morale: è operativa.
Anti-europeista: Ma è qui che l’europeismo scivola sempre: dal “funziona meglio” al “quindi cediamo sovranità”. Il fatto che l’Ue sia forte sul commercio non significa che sia legittimata a esserlo su tutto. Difesa e politica estera non sono un regolamento tecnico: sono sangue, rischio, identità, consenso. E la tua ricetta “federale” rischia di accelerare proprio quel contraccolpo politico che Draghi descrive come prodotto degli squilibri globali.
Europeista: Draghi non ignora il contraccolpo: lo usa come argomento. Dice che lo squilibrio dei benefici, la deindustrializzazione imposta, la distribuzione diseguale dei guadagni hanno generato la reazione politica. Tradotto: se non governi gli effetti della globalizzazione, arrivano gli incendiari. E allora la domanda non è “federazione sì o no” in teoria, ma “chi governa la nuova era delle dipendenze armate?”.
Anti-europeista: Io temo un’altra cosa: che in nome della scala si costruisca una sovrastruttura che non risponde a nessuno. Draghi critica il veto come freno, ma il veto è anche garanzia. E poi: il federalismo pragmatico, così come lo descrive, suona bene finché non arriva il dettaglio. Chi decide? Con quali risorse? Con quali parlamenti? Con quali confini di responsabilità? Il rischio è un potere europeo che cresce più velocemente della fiducia europea.
Europeista: E Draghi risponde proprio su questo: l’unità non precede l’azione; si forgia nell’azione. La sua idea è: si comincia con ciò che è possibile, con chi è disponibile, nei settori dove il progresso è realizzabile oggi, ma restando ancorati alla destinazione federale.
Anti-europeista: Bello. Ma intanto la leva è la paura: dazi, territori minacciati, dipendenze, deindustrializzazione. Io non sono sicuro che l’Europa, storicamente, sia capace di costruire speranza senza trasformare la paura in burocrazia.
Europeista: Eppure Draghi porta un esempio che non è retorico: la Groenlandia. Dice che la decisione di resistere anziché cedere ha costretto l’Europa a fare una vera valutazione strategica: mappare il potere contrattuale, identificare gli strumenti, valutare le conseguenze dell’escalation. La volontà di agire ha imposto la chiarezza sulla capacità di agire. E soprattutto: la determinazione condivisa ha fatto presa sul pubblico più di qualsiasi comunicato. Cioè: l’azione può creare consenso, non solo consumarlo.
Anti-europeista: Allora concludiamo così: Draghi ha ragione sulla fine dell’alibi. Non possiamo più fingere che basti la morale per salvarci, né che basti il commercio per proteggerci. Resto scettico sulla federazione come destino obbligato. Ma ammetto che continuare come adesso non è prudenza: è rinvio.
Europeista: E Draghi, in fondo, ha scritto un discorso per questo: per dire che il rinvio è diventato la forma più comoda di resa. E che se vogliamo evitare di essere subordinati, divisi e deindustrializzati “tutto in una volta”, dobbiamo almeno smettere di chiamare realismo la paura di decidere.
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