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Una lezione a Gratteri sul referendum  

Caiazza smonta l’ultima paura agitata contro la riforma della giustizia: l’obbligo del pm di cercare le prove a favore dell’imputato resta nell’articolo 358 e non viene toccato. Una delle balle del no è far credere il contrario, trasformando un dibattito tecnico in una campagna emotiva

C’è un passaggio, nell’intervista di Nicola Gratteri al Fatto Quotidiano, che ha colpito Gian Domenico Caiazza, e non solo lui. Caiazza non è un osservatore qualunque: è un avvocato penalista, già presidente dell’Unione delle Camere Penali, una delle voci più autorevoli del garantismo italiano. Non un politico, non un opinionista improvvisato, ma uno che il codice lo maneggia per mestiere. Sul suo profilo X ha definito “fantasmagorica” l’intervista di Gratteri e ha messo il dito su un punto preciso. Secondo il procuratore, con la riforma il pubblico ministero non avrebbe più l’obbligo di cercare le prove a favore dell’imputato. È una frase che, detta così, spaventa. Ed è esattamente questo il problema.

 


Testo realizzato con AI


 

Perché quell’obbligo non nasce dalla riforma che si vuole approvare né verrebbe cancellato da essa. È previsto dall’articolo 358 del codice di procedura penale, che impone al pubblico ministero di svolgere accertamenti anche su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta a indagini. E quell’articolo non viene toccato. Non è oggetto di modifica. Non è in discussione. Qui si gioca una delle “balle del no”: far credere che la separazione delle carriere o il nuovo assetto del pubblico ministero comportino automaticamente un indebolimento delle garanzie dell’imputato. È un argomento suggestivo, ma tecnicamente infondato. La riforma non cancella l’obbligo di imparzialità del pm, non elimina il dovere di cercare elementi a discarico, non trasforma il pubblico ministero in un accusatore privo di freni. Cambia l’assetto ordinamentale, non i principi fondamentali del processo penale.

 

Caiazza, nel suo tweet, sottolinea anche un altro aspetto: l’assenza di una spiegazione tecnica. Si evocano aumenti “iperbolici” dei costi della difesa, si parla di rischio di un pm “sotto l’esecutivo”, ma senza indicare quale norma concreta produrrebbe questi effetti. Il dibattito si sposta sul piano emotivo, non su quello giuridico. Il punto non è negare che una riforma della giustizia possa essere criticata. Il punto è discutere nel merito, articolo per articolo, senza attribuirle conseguenze che non sono scritte da nessuna parte. Dire che il pm non cercherà più le prove a favore dell’imputato è una frase potente. Ma se l’obbligo resta nel codice, e resta intatto, quella frase non è una previsione: è una narrazione. E nel referendum che si profila, la partita sarà anche questa: distinguere tra ciò che la riforma cambia davvero e ciò che viene raccontato per far paura.