Il Foglio Ai

La sovranità digitale non è un muro, è un muscolo

Presa sul serio significa capacità di scegliere, negoziare e innovare. È una politica industriale e democratica

Dire “sovranità digitale” in Europa, senza farsi sequestrare dai sovranisti, significa una cosa semplice e poco emozionante: avere margine di decisione. Non proclamare l’autosufficienza, non costruire una fortezza tecnologica, non far finta che l’internet europeo possa vivere in una teca. Ma evitare che la nostra economia, la nostra sicurezza e perfino la nostra democrazia dipendano, per riflesso automatico, da scelte industriali e politiche prese altrove.

 

La sovranità digitale, detta bene, è una forma moderna di ciò che gli europei hanno sempre cercato: interdipendenza senza ricatto. E’ la capacità di restare globali senza diventare subordinati. Non si misura con la bandiera sul chip. Si misura con la quantità di opzioni reali che hai quando arriva un problema: una crisi geopolitica, un salto tecnologico, un cambio di regole, un’interruzione di forniture, una piattaforma che decide improvvisamente che cosa può circolare e che cosa no.

 

Il primo pilastro è l’infrastruttura. Sovranità digitale vuol dire sapere dove “vive” la tua vita digitale: cloud, data center, reti, sistemi di identità, pagamenti, servizi critici. Non perché l’Europa debba “chiudere” il cloud americano o asiatico, ma perché non può più permettersi che la spina dorsale della propria economia sia gestita in condizioni di dipendenza totale. In pratica: multi-fornitore, standard interoperabili, capacità europea credibile su alcuni segmenti, regole chiare sugli appalti pubblici per evitare che la pubblica amministrazione diventi un cliente catturato per decenni.

 

Il secondo pilastro è la governance dei dati. Il punto non è “i dati devono restare in Europa” come slogan. Il punto è: chi può accedervi, in base a quali leggi, con quali tutele, con quale trasparenza, con quale possibilità di audit. Sovranità digitale è poter dire: questo dataset sanitario, industriale, energetico, logistico è un asset strategico, e deve essere trattato come tale. Non per nazionalismo, ma per realismo: perché senza dati controllabili non esiste né competitività né sicurezza.

 

Il terzo pilastro è la sicurezza: cyber, supply chain, resilienza. Qui la parola “sovranità” smette di essere astratta. Se dipendi da hardware, software e manutenzione concentrati in pochi snodi, sei vulnerabile per definizione. La sovranità digitale non elimina il rischio, ma crea ridondanze: diversificazione dei fornitori, filiere tracciabili, requisiti minimi di sicurezza per prodotti e servizi, capacità di risposta e di continuità operativa. E’ la versione digitale della difesa civile: non fa notizia quando funziona, ma ti salva quando non funziona.

 

Il quarto pilastro è la capacità di innovare. Qui si capisce perché la sovranità digitale non è sovranismo. Il sovranismo tende a proteggere ciò che c’è; la sovranità digitale tende a creare ciò che manca: competenze, ricerca applicata, scale-up, capitali pazienti, mercato unico davvero digitale. Senza un ecosistema che produce tecnologia (non solo che la compra), ogni discorso di sovranità è una posa. Significa investire in semiconduttori, cybersicurezza, AI, calcolo, quantum, ma soprattutto in persone: formazione tecnica, attrazione di talenti, mobilità tra università e impresa, capacità di fare prodotti e non solo regolamenti.

 

Il quinto pilastro è la sovranità normativa – che è la parte più europea e più fraintesa. Regolare non basta, ma è un potere reale: quando l’Europa scrive standard credibili, spesso li esporta. Il punto è evitare la tentazione opposta: credere che la regolazione possa sostituire la capacità industriale. La sovranità digitale vera è quando norme e industria si rinforzano: regole chiare che riducono l’incertezza e creano fiducia, e imprese capaci di competere dentro quel quadro.

 

E infine c’è la dimensione più delicata: la sovranità democratica nello spazio digitale. Senza isterie: non si tratta di censura “europea”, né di mettere la politica a decidere gli algoritmi. Si tratta di garantire che la sfera pubblica digitale non sia governata solo da incentivi privati opachi (attenzione, engagement, polarizzazione), e che esistano trasparenza, responsabilità, possibilità di ricorso, tutela dei minori, difesa dalle campagne di influenza ostile. Sovranità digitale è anche proteggere la libertà, non limitarla: perché la libertà, senza strumenti e senza regole, finisce spesso sotto tutela di chi controlla le piattaforme.

 

Se la mettiamo così, la sovranità digitale non è un recinto identitario. E’ una politica di potenza civile: serve per restare aperti, scambiare, cooperare, innovare, ma con una condizione: non essere costretti a dire sempre sì perché non abbiamo alternative. In fondo è questo il punto europeo, quando è al suo meglio: costruire autonomia non per isolarsi, ma per poter scegliere. E scegliere, oggi, è la forma più concreta di sovranità.

Testo realizzato con AI