Screenshot da RaiPlay
FOGLIO AI
Un posto al sole spiegato a chi dice di non volerlo capire
La soap che non promette rivoluzioni né colpi di scena, ma registra l'Italia minuto per minuto: le sue crepe silenziose, i suoi condomini ingombranti, la sua Napoli vera e non da cartolina. Non si capisce. Si abita. E si continua a seguire, proprio perché non finge di essere altro da ciò che siamo
C’è una frase che accompagna da sempre Un posto al sole: “è sempre uguale”. È detta con sufficienza, come se fosse una condanna. Ed è invece la chiave del suo successo. Un posto al sole compie trent’anni e continua a fare la stessa cosa: raccontare la vita mentre accade, senza effetti speciali, senza redenzioni obbligatorie, senza l’illusione che tutto debba cambiare per forza. Come l’Italia.
UPAS non va capito: va frequentato. Come un condominio vero. Come un quartiere. Come una città che non si visita per stupirsi, ma per abitarla. Palazzo Palladini non è una scenografia: è una struttura sociale. Dentro ci convivono conflitti di classe, famiglie ricomposte, solitudini urbane, ambizioni frustrate, lavoro che manca o che opprime, amori che resistono più per abitudine che per slancio. Chi chiede a Un posto al sole il colpo di scena non ha capito che il colpo di scena è la continuità.
In trent’anni la serie ha raccontato tutto quello che l’Italia finge di non voler vedere: la precarietà molto prima che diventasse parola di moda; la criminalità come contesto e non come eccezione; la politica locale come luogo di compromessi più che di ideali; la famiglia come cantiere permanente e mai come rifugio definitivo. UPAS ha parlato di immigrazione, di violenza domestica, di dipendenze, di malattia mentale, di lavoro povero, di giustizia imperfetta. Lo ha fatto senza prediche e senza retorica, che è il motivo per cui spesso non viene riconosciuto come “impegno”. Chi lo snobba dice: “non succede niente”. Ma è esattamente quello che succede nella vita vera. Le svolte epocali sono rare; le microfratture quotidiane, no. UPAS racconta l’Italia delle piccole decisioni che non finiscono sui giornali ma cambiano le persone: restare o andare via, denunciare o tacere, perdonare o irrigidirsi, accontentarsi o rischiare. È una pedagogia lenta, quasi fastidiosa per chi ama le narrazioni urlate.
C’è poi Napoli, che non è cartolina né teatro dell’eccesso. È una città normale, cioè complessa. UPAS l’ha normalizzata senza addomesticarla, restituendole una dignità narrativa rara in televisione. Napoli non è folklore: è lavoro, traffico, relazioni, fatica. È Italia concentrata. A trent’anni, Un posto al sole è diventato una cosa che somiglia a una cronaca sentimentale del paese. Non anticipa il futuro, ma registra il presente mentre accade. Non dà risposte, ma insiste sulle domande. E soprattutto non chiede di essere amata: chiede solo di essere seguita. Forse è per questo che resiste. Perché mentre tutto corre, UPAS resta. E restare, in Italia, è già una forma di racconto.