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FOGLIO AI

La Memoria non è una ricorrenza: è un'abitudine scomoda

Un momento cerchiato in rosso sul calendario civile, una liturgia annuale fatta di discorsi solenni, corone di fiori, frasi pronunciate con voce grave e poi rapidamente archiviate. Perché non va celebrata una volta l’anno, ma praticata ogni giorno

C’è un equivoco comodo, rassicurante, quasi terapeutico che accompagna ogni 27 gennaio: l’idea che la memoria sia una data. Un giorno cerchiato in rosso sul calendario civile, una liturgia annuale fatta di discorsi solenni, corone di fiori, frasi pronunciate con voce grave e poi rapidamente archiviate. Il Giorno della Memoria funziona così: concentra tutto il dolore, tutta la responsabilità, tutta la lezione in ventiquattr’ore, per consentirci di tornare tranquilli a dimenticare per i restanti trecentosessantaquattro giorni. Ecco il punto scomodo: la memoria che ha bisogno di una sola giornata all’anno non è memoria, è un rito assolutorio. Celebrare la memoria ogni giorno non significa vivere in uno stato permanente di lutto, né trasformare la storia in una clava morale da agitare a comando. Significa fare una cosa molto più difficile e molto meno consolatoria: riconoscere che ciò che ricordiamo non riguarda solo il passato, ma il modo in cui funziona il presente. E che Auschwitz non è diventato possibile perché il male era straordinario, ma perché era ordinario, amministrato, normalizzato, giustificato.
La memoria quotidiana non è mai neutra. E’ polemica per definizione. Perché obbliga a fare paragoni, a individuare continuità, a riconoscere i meccanismi prima delle esplosioni. La memoria celebrata una volta l’anno è sempre unanime; quella praticata ogni giorno è divisiva, fastidiosa, indigesta. Ti costringe a chiederti dove stai guardando altrove, a quali discriminazioni ti stai abituando, quali parole stai accettando come normali.

Ricordare ogni giorno vuol dire, per esempio, non ridurre la Shoah a un evento metafisico, a una parentesi di follia inspiegabile nella storia europea. Vuol dire ricordare che fu resa possibile da leggi, burocrazie, conformismi, codici linguistici, silenzi rispettabili. Che non nacque dall’odio urlato, ma dalla classificazione fredda. Dalla distinzione tra “noi” e “loro”. Dall’idea che alcuni esseri umani fossero un problema da gestire. E qui la memoria smette di essere rassicurante e diventa pericolosa. Perché quando la applichi al presente, non puoi più limitarti a dire “mai più” guardando all’indietro. Devi chiederti dove, oggi, stai accettando l’idea che qualcuno sia riducibile a categoria, a numero, a colpa collettiva. Dove stai giustificando l’odio in nome della causa giusta.  La memoria quotidiana è incompatibile con l’ipocrisia. Non tollera l’uso selettivo dell’indignazione. Non accetta che si piangano le vittime di ieri mentre si relativizzano, si ignorano o si strumentalizzano quelle di oggi. Non consente di trasformare la Shoah in un alibi morale: “Noi siamo dalla parte giusta della storia, dunque siamo immuni”. Nessuno è immune. Ed è proprio questo il cuore della lezione. Celebrarla ogni giorno significa anche difendere le istituzioni liberali quando sono noiose, non solo quando sono minacciate in modo spettacolare. Perché la memoria non serve a riconoscere i mostri, serve a riconoscere i processi. 

Il Giorno della Memoria ha senso solo se non esaurisce la memoria. Se non diventa un parcheggio simbolico dove depositare il passato per non farlo intralciare il presente. La vera commemorazione non è mai comoda. E’ un esercizio quotidiano di vigilanza morale e intellettuale. E’ ricordarsi che la civiltà non arretra tutta insieme, ma scivola. Un passo alla volta. Un silenzio alla volta. Ecco perché la memoria non va celebrata una volta l’anno, ma praticata ogni giorno. Non per restare prigionieri del passato, ma per non diventarne inconsapevoli eredi.