il Foglio AI
L'università davanti all'AI, senza alibi. Il paper di Andrea Stazi
Un paper accademico senza allarmismi né entusiasmi facili mostra perché l’intelligenza artificiale non è il problema dell’università, ma il punto di non ritorno di una crisi iniziata prima
Andrea Stazi ha scritto un paper sull’intelligenza artificiale e l’università che il Foglio AI ha letto per quello che è: un testo accademico, teorico, privo di intenti militanti, e proprio per questo utile a orientarsi in un dibattito spesso dominato da entusiasmi frettolosi o da paure indistinte.
Testo realizzato con AI
Il punto di partenza del paper è semplice e insieme scomodo: l’università non entra nell’èra dell’AI da posizione di forza. La crisi non nasce con l’AI. Nasce prima, con il digitale, con la perdita del monopolio sulla conoscenza, con l’accesso diffuso a informazioni e contenuti che un tempo passavano quasi esclusivamente dalle aule. L’AI accelera questa trasformazione e rende sempre meno credibile l’idea di poter tornare indietro. Nel testo vengono messe in fila, con ordine, le opportunità offerte dall’AI: accesso continuo ai contenuti, apprendimento personalizzato, feedback rapidi e qualitativi, maggiore produttività per docenti e ricercatori, possibilità di includere studenti svantaggiati. Ma Stazi non si ferma all’elenco dei benefici. Il punto vero è che, in un mondo in cui la conoscenza non è più scarsa, il valore dell’università non può più stare solo nella trasmissione del sapere. Da qui nascono le tensioni. Il paper non le edulcora: rischio di dipendenza dagli strumenti di AI, indebolimento del pensiero critico, bias algoritmici, problemi di privacy, costi infrastrutturali, necessità di formare chi insegna. Ma soprattutto una resistenza culturale profonda al cambiamento. L’università, suggerisce il testo, tende a difendere la propria forma prima ancora di interrogarsi sulla propria funzione.
Uno dei passaggi più interessanti riguarda i modelli possibili di evoluzione. Il paper spiega che non tutte le università potranno continuare a fare tutto. Alcune proveranno a modernizzare lo status quo, rendendo più efficienti didattica e amministrazione senza cambiare davvero missione. Altre diventeranno attori di nicchia, concentrandosi su pubblici e competenze specifiche. Altre ancora proveranno a reinventarsi in modo più radicale. Il messaggio implicito è chiaro: non scegliere non è più una posizione neutrale. La pandemia viene letta come uno stress test. Ha mostrato quanto rapidamente l’università possa digitalizzarsi quando è costretta, ma anche quanto forte sia la tentazione di tornare alle pratiche precedenti appena l’emergenza finisce. L’AI rende questa nostalgia sempre meno sostenibile. Il mercato del lavoro considera ormai le competenze digitali e di intelligenza artificiale requisiti di base, non specializzazioni marginali. E l’apprendimento si sposta dalla memorizzazione alla capacità di analisi e giudizio.
Nel paper cambia anche il ruolo del docente: meno trasmettitore di informazioni, più guida, progettista di percorsi, custode del metodo critico. L’AI può togliere tempo alle incombenze ripetitive, ma non può sostituire la funzione educativa centrale: insegnare a pensare. Il testo si chiude con una visione sobria ma ambiziosa: l’università come comunità al centro di ecosistemi più ampi, fisici e digitali, garante del rigore scientifico e dello spazio del dibattito.