Il Foglio Ai
L'Europa davanti alla scelta su Kyiv che continua a rimandare
Il discorso di Zelensky a Davos ha rotto l’ennesima liturgia europea. Agire o aspettare? Un dialogo
Sostenitore: Hai notato che Zelensky non chiede più “aiuto”? Chiede responsabilità. E’ come se dicesse: smettete di fingere che questa guerra sia un affare esterno. O è anche vostra, o smettete di raccontarvela così.
Diffidente: L’ho notato, sì. Ma ho notato anche un’altra cosa: parla come se l’Europa fosse già una potenza militare unitaria. Non lo è. E non basta la pressione morale di una guerra a trasformarla in ciò che non è ancora.
Testo realizzato con AI
Sostenitore: Ma forse è proprio questo il punto del discorso. Non dice “siete pronti”, dice “continuate a rimandare”. Ogni anno, a Davos, le stesse parole. Ogni anno, la stessa promessa di fare di più. E intanto la guerra continua, e Putin impara.
Diffidente: Putin impara, certo. Ma anche l’Europa rischia di imparare la lezione sbagliata: che ogni problema si risolve con la forza. Zelensky parla di sequestri, di fabbriche da colpire, di petroliere da fermare. E’ un linguaggio che sposta l’Europa fuori dal suo Dna.
Sostenitore: O forse la costringe finalmente a prendere sul serio la realtà. L’Europa è nata per superare la guerra, non per ignorarla. Ma qui la guerra non è un concetto astratto: è a poche ore di volo. Zelensky ci sta dicendo che il nostro pacifismo rischia di diventare una forma di deresponsabilizzazione.
Diffidente: O di saggezza. Perché la saggezza europea nasce anche dalla consapevolezza dei disastri prodotti dall’escalation. Più armi, più coinvolgimento diretto, più rischio di errori irreversibili. Siamo sicuri che il passo che Zelensky chiede non sia troppo lungo?
Sostenitore: Siamo sicuri che il passo che non facciamo non sia già troppo corto? Zelensky fa un’osservazione devastante: l’Europa vive di fede. Fede nella Nato, fede negli Stati Uniti, fede che qualcuno interverrà. Ma la fede non ferma i carri armati.
Diffidente: Ma nemmeno l’autosufficienza europea li ferma, se non esiste davvero. L’America resta il perno. Zelensky stesso lo ammette: nessuna garanzia funziona senza Washington. Allora perché continuare a recitare la parte della potenza autonoma?
Sostenitore: Perché Washington cambia. E cambia più in fretta di noi. Zelensky non lo dice per polemica, lo dice per realismo. Se l’Europa continua ad aspettare che l’America decida, arriverà sempre in ritardo. E pagherà decisioni prese altrove.
Diffidente: Ma se l’Europa accelera senza consenso interno, rischia di spaccarsi. Questa guerra è già un moltiplicatore di tensioni sociali, economiche, politiche. Ogni sacrificio viene attribuito all’Ucraina. Più l’identificazione cresce, più cresce il rigetto.
Sostenitore: Eppure Zelensky lo dice chiaramente: l’alternativa non è la pace, è l’abitudine alla guerra. Una guerra che diventa normale, tollerabile, gestibile. Un mondo in cui l’aggressione diventa una variabile accettata. E’ davvero questo il mondo europeo che vogliamo difendere?
Diffidente: Nessuno vuole un mondo così. Ma il rischio opposto è trasformare l’Europa in una potenza che agisce senza avere ancora deciso chi comanda, con quali limiti, con quale fine. La forza senza architettura politica è pericolosa.
Sostenitore: Ma l’architettura politica non nasce nel vuoto. Nasce sotto pressione. L’Europa si è sempre mossa così: crisi dopo crisi. L’euro, la pandemia, la difesa comune. Zelensky sta forzando la mano perché sa che senza urgenza l’Europa resta immobile.
Diffidente: O resta prudente. Perché anche la prudenza è una virtù politica. L’idea che ogni rinvio sia una colpa rischia di cancellare la complessità delle decisioni democratiche.
Sostenitore: Ma quando la prudenza diventa sistematica, diventa prevedibile. E quando diventa prevedibile, diventa sfruttabile. Zelensky ci sta dicendo questo: la Russia conosce le nostre esitazioni meglio di noi.
Diffidente: Forse. Ma c’è una domanda che Zelensky lascia aperta, e che noi non possiamo ignorare: come finisce tutto questo? Perché senza una risposta credibile, il rischio è una guerra senza fine, sostenuta per inerzia.
Sostenitore: E Zelensky risponderebbe: finisce quando l’aggressore capisce che non può vincere. Non quando ci stanchiamo. Non quando speriamo. Ma quando agiamo in tempo.
Diffidente: Forse il vero problema è che l’Europa non ha ancora deciso se vuole essere un attore o un arbitro.
Sostenitore: E Zelensky, con quel discorso, ci ha detto che il tempo dell’arbitraggio è finito.
Diffidente: O che sta finendo, e non sappiamo ancora cosa verrà dopo.
Sostenitore: Ed è proprio questo il punto più scomodo: l’Europa non è davanti a una scelta sull’Ucraina. E’ davanti a una scelta su se stessa.