Il tempo che l'intelligenza artificiale non fa risparmiare. Uno studio
Secondo l'analisi di Workday, l’uso dell’intelligenza artificiale fa effettivamente risparmiare tempo ai lavoratori – da una a sette ore a settimana – ma circa il 40 per cento di quel tempo viene poi riassorbito da attività di rielaborazione, controllo, verifica, riscrittura. Non è un paradosso, ma la parte più fraintesa dell’adozione dell’Ai
C’è un dato, emerso quasi in sordina, che meriterebbe molta più attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Secondo un recente studio di Workday, l’uso dell’intelligenza artificiale fa effettivamente risparmiare tempo ai lavoratori – da una a sette ore a settimana – ma circa il 40 per cento di quel tempo viene poi riassorbito da attività di rielaborazione, controllo, verifica, riscrittura. In altre parole: l’AI accelera, sì, ma chiede in cambio un nuovo lavoro umano, più invisibile e più delicato di prima. E’ uno studio importante perché mette il dito su un equivoco diffuso. L’idea che l’AI serva soprattutto a “semplificare”, a togliere di mezzo il lavoro umano, a rendere automatico ciò che prima richiedeva competenze, attenzione, tempo. Nei panel, nelle conferenze, nei racconti aziendali, l’AI viene spesso descritta come una scorciatoia tecnica: meno passaggi, meno attriti, meno persone coinvolte. Quando si prova a dire il contrario – che un giornale fatto anche con l’AI non si fa da solo, che richiede più di un intervento umano, che l’automazione senza controllo è un’illusione – quella posizione suona quasi controcorrente, se non addirittura originale.
Testo realizzato con ai
Eppure è proprio lì che lo studio di Workday colpisce nel segno. Perché mostra che l’AI non elimina il lavoro, lo sposta. Non cancella la responsabilità, la concentra. Non riduce il bisogno di competenze, le rende più esigenti. Il tempo che si risparmia nella produzione viene reinvestito – spesso senza che ce ne accorgiamo – nella verifica della qualità, nella caccia all’errore, nel controllo delle fonti, nella correzione delle allucinazioni. E’ tempo umano, tempo cognitivo, tempo editoriale. Il problema è che questo tempo non viene quasi mai raccontato come valore. Viene percepito come “spreco”, come frizione, come difetto temporaneo della tecnologia. In realtà è il cuore del processo. E’ il punto in cui l’AI smette di essere una macchina che sforna output e diventa uno strumento che va governato. Chi usa davvero l’AI nel lavoro quotidiano lo sa bene: chiedere a un modello di organizzare dati è veloce, controllare che ogni cella sia corretta è lento; generare un testo è immediato, renderlo affidabile richiede attenzione; avere una bozza è facile, trasformarla in un contenuto pubblicabile è il vero lavoro.
Lo studio dice anche un’altra cosa, più scomoda. Che l’AI non abbassa l’asticella delle aspettative. Anzi, le alza. La velocità non giustifica l’errore. L’automazione non assolve dalla responsabilità. Il fatto che “l’abbia scritto l’AI” non è una scusa, ma semmai un’aggravante. Finché i sistemi continueranno a sbagliare, a inventare, a confondere – e continueranno – il valore starà tutto in chi li sa interrogare, correggere, contenere.
Qui sta forse l’errore più grande nell’approccio dominante all’intelligenza artificiale: pensare che il suo successo si misuri solo in termini di rapidità tecnica. Più veloce = migliore. Meno passaggi = più efficienza. In realtà, l’AI funziona davvero solo quando viene integrata in un processo che riconosce la centralità dell’intervento umano. Non come tappabuchi, ma come garante finale del senso, della correttezza, della qualità. Nel giornalismo questo è evidente. Un giornale “con l’AI” non è un giornale senza giornalisti, ma un giornale in cui i giornalisti fanno cose diverse: meno meccaniche, più editoriali; meno ripetitive, più responsabili. Il tempo speso a verificare l’AI non è tempo perso: è il luogo in cui si decide se la tecnologia è un aiuto o un problema. Per questo lo studio di Workday andrebbe letto non come una critica all’AI, ma come una sua messa a terra. Ci ricorda che l’innovazione non è mai gratuita. Che ogni guadagno di velocità comporta un costo cognitivo. E che la vera differenza, oggi, non la fa chi usa l’AI per fare prima, ma chi la usa sapendo che non basta mai fare prima. Bisogna fare meglio.
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