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Il premio a Draghi non è solo un riconoscimento al passato: è un segnale politico sul futuro dell'Ue

Il riconoscimento a Aquisgrana non celebra solo il passato: segna un passaggio di consegne. Il Rapporto indica la rotta, tocca a von der Leyen trasformarla in scelte nette e in una Commissione finalmente sovrana

La notizia, presa alla lettera, è lineare: il Premio Internazionale Carlo Magno di Aquisgrana viene assegnato a Mario Draghi per il suo contributo al rafforzamento economico dell’Europa e per il Rapporto Draghi sulla competitività, diventato ormai una bussola obbligata per chiunque parli seriamente di futuro dell’Unione. Ma come spesso accade con Draghi, ciò che conta non è solo ciò che viene detto, bensì ciò che viene suggerito. Il linguaggio della motivazione è rivelatore: “strategia necessaria”, “mediatori, visionari e decisori”, “strade concrete da seguire”.  E’ il vocabolario dell’urgenza politica. E il messaggio lanciato dallo stesso Draghi nel videomessaggio di ringraziamento – l’Europa circondata da nemici interni ed esterni, la necessità di diventare più forti militarmente, economicamente e politicamente – completa il quadro. Draghi non sta parlando da saggio in pensione. Sta parlando da architetto di una fase che deve ancora cominciare.

 


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L’obiettivo di Draghi oggi non è un incarico, né un ritorno personale sulla scena. E’ una leadership europea all’altezza delle diagnosi che lui stesso ha formulato. E questa leadership ha un nome preciso: Ursula von der Leyen. Il Rapporto Draghi non è un programma elettorale, ma è qualcosa di più esigente: è un manuale di sopravvivenza per l’Europa in un mondo che non aspetta. Ma un rapporto, per quanto lucido, resta carta se non viene incarnato politicamente. Draghi lo sa. E sa anche che l’unica figura istituzionale in grado di trasformare quella diagnosi in azione è il presidente della Commissione europea.  Draghi viene premiato perché ha indicato la strada. Von der Leyen è chiamata a percorrerla. L’uno fornisce la grammatica del potere europeo nell’èra della competizione globale; l’altra deve tradurla in decisioni, scontri, scelte impopolari. Non a caso, le parole più dure di Draghi sono rivolte ai nemici interni: le debolezze auto-inflitte, le esitazioni, la paura di decidere. E’ un messaggio indirizzato prima di tutto alle istituzioni europee. C’è anche un elemento politico più sottile. Draghi non nomina mai direttamente von der Leyen, ma ne rafforza la centralità ogni volta che insiste sulla necessità di un’Europa che agisca come soggetto politico unitario. Draghi non sta preparando una successione personale. Sta costruendo una copertura politica e culturale per una Commissione che dovrà essere più assertiva, più conflittuale, meno consensuale. Sa che senza una leadership forte a Bruxelles, il suo Rapporto rischia di fare la fine di molti altri documenti europei: citati, lodati, archiviati. Il premio Carlo Magno, allora, va letto come un passaggio di testimone implicito. Draghi indica il “cosa” e il “perché”. Von der Leyen deve assumersi il “come” e il “contro chi”. In un’Europa che deve scegliere se diventare adulta o restare dipendente, il messaggio è chiaro: la stagione dell’analisi è finita. Ora comincia quella della responsabilità politica.