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Geopolitica delle minacce. La Groenlandia, l'Ucraina e l'ipocrisia dei sovranisti
L’Ue reagisce ai dazi di Trump, mentre alcuni fanno finta di niente. È già successo con l’Ucraina. Sudditanza selettiva
Chiamiamo le cose con il loro nome. Quello annunciato da Donald Trump non è un eccesso verbale, non è una provocazione da social, non è nemmeno una semplice ritorsione commerciale. E’ una minaccia politica ed economica esplicita contro paesi alleati. E’ l’uso dei dazi come arma di pressione geopolitica. E’ l’idea che un territorio sovrano come la Groenlandia possa essere comprato, e che chi si oppone a questa logica debba pagarne il prezzo. Trump non parla il linguaggio della diplomazia, ma quello del ricatto. Collega direttamente l’imposizione di dazi progressivi – prima al 10 per cento, poi al 25 – a un obiettivo politico-militare preciso: ottenere un accordo per l’acquisto “completo e totale” della Groenlandia. E’ una forma di coercizione che non riguarda solo la Danimarca, ma l’intero sistema di alleanze occidentali.
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Di fronte a questo salto di qualità, la reazione dell’Europa è stata insolitamente netta. L’Ue e diversi governi nazionali hanno parlato di risposta dura, evocando per la prima volta in modo esplicito l’uso di un “bazooka economico” contro Washington. Non è solo retorica: è il segnale che una certa soglia è stata superata. Per una volta, l’Europa non si è rifugiata nel linguaggio delle preoccupazioni o degli appelli al dialogo, ma ha provato a far capire che esiste un limite anche nei rapporti transatlantici. C’è persino un paradosso strategico: la fermezza danese ed europea potrebbe aver ottenuto un risultato concreto in termini di deterrenza. Rendendo il costo politico e diplomatico di un’azione unilaterale troppo alto, ha forse tolto a Trump l’unica vera carta che stava agitando, quella dell’intervento militare diretto in Groenlandia. Ma il punto più rivelatore sta altrove. Sta nel silenzio – o nell’imbarazzata minimizzazione – di una parte consistente del mondo sovranista europeo. Lo stesso mondo che, di fronte all’invasione dell’Ucraina, aveva invitato a “capire le ragioni di Mosca”, a non “provocare Putin”, a non trasformare la difesa di un paese aggredito in una questione morale. Oggi quello schema si ripete, quasi identico, con un altro protagonista e un’altra latitudine. Allora si diceva: non è un’invasione, è una questione di sicurezza; non è imperialismo, è realismo geopolitico.
Oggi il copione è lo stesso: Trump non starebbe minacciando l’Europa, starebbe solo difendendo gli interessi americani; non starebbe mettendo in discussione la sovranità danese, starebbe semplicemente “negoziando da una posizione di forza”. Il risultato, però, è sempre lo stesso: la sovranità vale solo quando a violarla non è l’alleato giusto. Qui sta la contraddizione che il sovranismo europeo fatica sempre più a nascondere. Da un lato rivendica il primato dei confini, delle nazioni, dell’autodeterminazione. Dall’altro accetta che le grandi potenze trattino i territori altrui come pedine negoziabili. Ieri l’Ucraina, oggi la Groenlandia. Cambiano le mappe, non cambia l’imbarazzo. Difendere l’Ucraina ieri e la Danimarca oggi non significa essere antiamericani, né antioccidentali. Significa essere coerenti. Perché un ordine internazionale in cui la sovranità vale solo per chi è abbastanza forte da difenderla non è un mondo più realistico: è un mondo più instabile. E continuare a chiudere gli occhi, per affinità ideologica o per calcolo politico, non è neutralità. E’ una forma di sudditanza selettiva.