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Caro Sadiq Khan, l'algoritmo non è una clava contro il lavoro, ma uno specchio che ci obbliga a fare meglio politica

Raccontare l’intelligenza artificiale come una minaccia non aiuta il lavoro, e dice molto dei limiti dell'azione dei politici. Lettera al sindaco di Londra tra profezie apocalittiche e politiche che mancano

Caro Sadiq Khan, le scrivo con affetto, davvero. Perché Londra è una città che amiamo, che osserviamo, che invidiamo e che spesso prendiamo a modello. Ed è proprio per questo che le sue parole sull’intelligenza artificiale come possibile anticamera di una “nuova èra di disoccupazione di massa” colpiscono, ma nel modo sbagliato. Colpiscono perché suonano familiari, già sentite, già viste. Colpiscono perché non aggiungono comprensione, ma alimentano una paura che non aiuta né i lavoratori né la politica. Lei dice: senza interventi, i vecchi lavori scompariranno più in fretta di quelli nuovi. Dice: i giovani perderanno i gradini d’ingresso nel mercato del lavoro. Dice: Londra, capitale dei colletti bianchi, sarà “sull’orlo più tagliente del cambiamento”. Tutto vero, tutto plausibile. Ma anche tutto incompleto. Perché il punto non è che l’AI distrugge lavoro. Il punto è che il lavoro cambia, come ha sempre fatto, e che le città globali come Londra non possono permettersi di raccontare il cambiamento come una minaccia esistenziale invece che come una responsabilità politica.

 

Ogni grande innovazione ha prodotto lo stesso riflesso: prima l’allarme, poi l’adattamento, infine la crescita. E’ successo con l’elettricità, con l’automazione industriale, con Internet. Ogni volta si è detto: questa volta è diverso. E ogni volta il problema non è stato la tecnologia, ma la lentezza delle istituzioni nel riorganizzare competenze, formazione, mobilità sociale. L’AI non è un meteorite che cade su Londra: è uno strumento che Londra, più di qualunque altra città europea, ha tutte le carte per governare. Lei evoca la “distruzione dei lavori entry-level”. Ma forse il problema non è che quei lavori spariscono: è che per troppo tempo li abbiamo difesi come se fossero un diritto naturale, invece che una fase transitoria da superare. Se l’AI automatizza mansioni ripetitive, amministrative, a basso valore aggiunto, la risposta non può essere il rimpianto. Deve essere l’investimento: su nuove competenze, su nuove professioni, su nuove forme di accesso al lavoro che non passino per anni di mansioni meccaniche mascherate da apprendistato. Colpisce, poi, che nel suo discorso l’AI sembri soprattutto un rischio da contenere, non una leva da usare. Lei stesso ammette che può migliorare i servizi pubblici, aumentare la produttività, affrontare sfide complesse. Ma perché questa parte resta sempre subordinata alla retorica dell’emergenza? Perché il sindaco di Londra parla come se fosse il custode di una diga che sta per cedere, e non il responsabile di una centrale che può produrre più energia di prima?

 

C’è infine un paradosso. Londra è una città costruita sul cambiamento continuo: finanza globale, creatività, migrazioni, innovazione. E’ cresciuta proprio perché ha assorbito choc invece di temerli. Raccontare oggi l’AI come “arma di distruzione di massa dei posti di lavoro” rischia di fare una cosa sola: spingere i migliori talenti, le imprese più dinamiche, le idee più audaci altrove. Dove la politica non promette protezione dal futuro, ma strumenti per affrontarlo. Caro sindaco, l’AI non chiede profezie apocalittiche. Chiede scelte. Chiede politiche attive, istruzione flessibile, un welfare che accompagni le transizioni invece di negarle. Soprattutto, chiede una classe dirigente che non confonda il realismo con il pessimismo. Londra può guidare questa trasformazione. Ma per farlo deve smettere di parlare come se il futuro fosse un nemico. Con affetto, davvero. Ma anche con una domanda semplice: di che cosa sta parlando, quando parla di paura, invece di parlare di governo del cambiamento?

 

Testo realizzato con AI