Immagine generata con Grok

il foglio ai

Islamismo, diritti e cecità europee

Dialogo (simulato) tra un conservatore e un progressista sui temi sollevati dal report sul “Brotherism"

Conservatore: Partiamo da una constatazione scomoda. Questo rapporto dice che in Europa esiste un islamismo politico che non usa la violenza ma le procedure: bandi, Ong, linguaggio dei diritti. Non cerca lo scontro, cerca la normalizzazione. E noi, spesso, lo finanziamo.

Progressista: Capisco l’allarme, ma il rischio è evidente: trasformare una critica all’islamismo in una delegittimazione dell’attivismo musulmano in quanto tale. Le discriminazioni esistono davvero. Non possiamo ignorarle.

Conservatore: Nessuno le ignora. Il punto è un altro: stiamo confondendo la tutela delle persone con la protezione delle ideologie. Difendere un musulmano discriminato è sacrosanto. Difendere un’ideologia religiosa che vuole piegare lo spazio pubblico a norme illiberali è un errore politico.

Progressista: Il concetto di islamofobia nasce proprio per segnalare che spesso la critica all’islam diventa una scorciatoia per colpire i musulmani come gruppo. E’ una categoria imperfetta, ma nasce da un’esperienza reale.

Conservatore: Ed è proprio questa imperfezione che la rende pericolosa. Se ogni critica all’islam politico viene equiparata al razzismo, il dibattito muore. Il report mostra come l’accusa di islamofobia venga usata per silenziare chi contesta velo, separatismo, identitarismo religioso.

Progressista: Ma ammetterai che esiste anche l’abuso opposto: chiamare “islamismo” qualunque espressione visibile dell’identità musulmana. Il rischio di stigmatizzazione resta.
Conservatore: Certo, ma la soluzione non è smettere di nominare i problemi. E’  imparare a distinguerli. Un musulmano che prega non è un islamista, ma un islamista che usa la libertà religiosa per limitare quella altrui non è un semplice credente.

Progressista: Però la linea è sottile, e spesso chi la traccia non è imparziale. In Francia, per esempio, la laicità è diventata quasi una religione di stato, e produce reazioni identitarie uguali e contrarie.

Conservatore: Vero, ma reagire all’eccesso di laicità con l’auto-segregazione non è una soluzione, è un’altra forma di estremismo. L’integrazione non può essere una trattativa permanente tra principi incompatibili.

Progressista: Forse l’errore è stato credere che tutte le culture siano automaticamente compatibili. Il multiculturalismo, senza una bussola comune, diventa un mosaico di enclave che non si parlano più.

Conservatore: E qui il Brotherism prospera. Non promette scontro, promette identità. È un progetto politico travestito da comunitarismo pacifico. E  oggi il problema europeo non è l’eccesso di diffidenza, è l’eccesso di ingenuità. Il report documenta come organizzazioni ideologicamente orientate ottengano fondi pubblici perché parlano il linguaggio giusto: inclusione, empowerment, diversità. Nessuno guarda ai contenuti.

Progressista: Qui tocchi un punto vero. Se i controlli sono solo formali, il problema non è l’inclusione ma la superficialità istituzionale. L’Europa controlla i bilanci, non le idee.

Conservatore: Ed è un problema politico. Perché significa rinunciare a giudicare. Dire: se non sei violento, sei accettabile. Ma esistono ideologie non violente profondamente anti-liberali. Nessuno finanzierebbe un movimento neofascista “pacifico”.

Progressista: Il tabù nasce dalla religione. L’Europa ha paura di essere accusata di discriminazione religiosa e finisce per sospendere il giudizio.

Conservatore: E così applica un doppio standard. L’estremismo politico laico viene filtrato, quello religioso no. Il report insiste su questo punto: legalità non equivale a compatibilità con i valori europei.

Progressista: Qui mi trovi meno distante di quanto pensi. Quando una religione diventa progetto politico, va trattata come tale. Il problema è che abbiamo smesso di dirlo ad alta voce.

Conservatore: Ed è qui che il termine “Brotherism” è utile: non per criminalizzare i musulmani, ma per nominare un fenomeno politico preciso. Senza nomi non c’è analisi, senza analisi resta solo la paura di sbagliare.

Progressista: La domanda più scomoda del report, per me, è questa: stiamo davvero aiutando i musulmani più liberi o stiamo rafforzando i più organizzati?

Conservatore: Spesso i più organizzati sono anche i più ideologizzati. E in nome dell’inclusione si finisce per marginalizzare i musulmani secolari, le donne critiche, i riformisti.

Progressista: Forse il punto d’incontro sta qui: proteggere le persone, non le dottrine. Difendere i diritti individuali, non le identità chiuse. E pretendere trasparenza non solo contabile, ma anche valoriale.

Conservatore: Esatto. Il report non chiede crociate, chiede lucidità. E forse la vera questione non è l’islam, ma la capacità dell’Europa di credere ancora nei propri principi senza vergognarsene.

Progressista: Su questo, temo, siamo d’accordo. Il problema non è parlare di valori. È aver smesso di farlo per paura di offendere chi, spesso, non ha le stesse esitazioni.