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Come il Brotherism ha trovato casa nelle istituzioni europee
Così reti riconducibili ai Fratelli musulmani hanno costruito in Ue un’influenza profonda e duratura. La legalità non basta: senza controlli ideologici, l’Europa rischia di sostenere, in nome dei diritti, progetti di separazione culturale
Il report “Unmasking the Muslim Brotherhood. Brotherism, Islamophobia & the Eu” parte da una tesi radicale ma non marginale: l’Europa non sarebbe semplicemente “ingenua” di fronte all’islamismo politico, ma strutturalmente vulnerabile a una sua versione sofisticata, non violenta, paziente e perfettamente adattata al linguaggio dei diritti. Gli autori chiamano questa strategia “Brotherism”: un’ideologia ispirata ai Fratelli Musulmani che non cerca lo scontro diretto, ma la trasformazione graduale delle società liberali dall’interno.
Secondo il report, il Brotherism non opera come un’organizzazione monolitica, ma come una rete diffusa di associazioni religiose, Ong, fondazioni culturali, organizzazioni giovanili, enti caritativi e centri di ricerca. Molte di queste strutture non si dichiarano formalmente parte dei Fratelli Musulmani, ma condividono riferimenti ideologici, obiettivi politici e relazioni personali. Il risultato è un sistema fluido, capace di mimetizzarsi, rinnovarsi e sopravvivere anche quando singole organizzazioni vengono sciolte o messe sotto osservazione.
Il documento sottolinea inoltre un aspetto raramente discusso nel dibattito pubblico: la capacità del Brotherism di adattarsi alle narrative europee sul multiculturalismo. Mentre il jihadismo esplicito rifiuta i valori liberali, il Brotherism li “traduce” in chiave comunitaria, invocando libertà religiosa e autodeterminazione culturale per ottenere spazi di autonomia normativa. In alcuni casi, si osserva un uso tattico dei principi di diversità e rappresentanza per introdurre, nei contesti educativi o sociali, pratiche che finiscono per rafforzare la segregazione di genere o la dipendenza dall’autorità religiosa.
Gli autori parlano di un “paradosso istituzionale”: le stesse norme concepite per promuovere l’inclusione finiscono per rafforzare le identità più rigide e per marginalizzare le voci musulmane che non si riconoscono in strutture confessionali. Alcuni esempi riportati riguardano progetti di formazione civica o di contrasto alla radicalizzazione gestiti da enti che, pur dichiarandosi moderati, diffondono visioni anti-assimilazioniste o presentano la sharia come fonte superiore di moralità.
Il punto più controverso riguarda il rapporto con le istituzioni europee. Il report documenta come numerose realtà considerate affini al Brotherism abbiano ottenuto finanziamenti Ue attraverso programmi dedicati all’inclusione, alla lotta alle discriminazioni, alla cooperazione culturale e all’educazione civica. Il problema, sottolineano gli autori, non è solo l’entità delle risorse, ma il meccanismo che le rende accessibili: controlli prevalentemente contabili, verifiche formali, assenza di valutazioni ideologiche sui contenuti dei progetti.
In sostanza, l’Europa controlla come vengono spesi i soldi, ma non cosa viene promosso con quei soldi. Questo consentirebbe a organizzazioni islamiste di presentarsi come partner ideali per politiche di integrazione, pur perseguendo obiettivi opposti: rafforzamento identitario, separazione culturale, subordinazione della legge civile a norme religiose, limitazione dei diritti individuali in nome della comunità.
Un capitolo centrale è dedicato al concetto di “islamofobia”, che il report descrive come uno strumento politico più che come una categoria analitica. Secondo gli autori, l’uso estensivo e ambiguo del termine permette di equiparare la critica dell’islam o dell’islamismo al razzismo, trasformando qualsiasi opposizione a un’agenda religiosa in un atto discriminatorio. In questo modo, il Brotherism riuscirebbe a costruire alleanze con settori della sinistra radicale, dell’accademia e dell’attivismo identitario, creando una convergenza tra islamismo politico e cultura “woke”.
Il paradosso, evidenziato con forza, è che questa dinamica finisce per penalizzare proprio i musulmani liberali, secolarizzati o critici dell’islam politico, spesso accusati a loro volta di “islamofobia” quando mettono in discussione dogmi, pratiche o leadership religiose. La difesa delle minoranze, sostiene il report, si trasforma così in una protezione delle ideologie, con effetti distorsivi sulla libertà di espressione e sul pluralismo.
Il report affronta anche il tema della legalità. Gli autori riconoscono che la maggior parte delle organizzazioni analizzate opera nel rispetto delle leggi e non è coinvolta in attività terroristiche. Ma insistono su una distinzione cruciale: legalità non equivale a compatibilità con i valori europei. Così come l’Unione non finanzia movimenti politici estremisti pur legali, dovrebbe adottare criteri analoghi per l’islamismo politico, anche quando questo si presenta in forma non violenta e dialogante.
Nelle conclusioni, il documento invita l’Ue a una scelta di chiarezza: definire meglio cosa si intende per estremismo politico-religioso, rafforzare i controlli sostanziali sui beneficiari dei fondi, distinguere nettamente tra tutela delle persone musulmane e protezione delle dottrine religiose, abbandonare l’uso indiscriminato del termine “islamofobia” a favore di una difesa rigorosa contro l’odio anti-musulmano. Senza questo salto concettuale, avvertono gli autori, l’Europa rischia di continuare a finanziare, in nome dell’inclusione, progetti che lavorano contro la sua stessa architettura liberale.