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Quattro personaggi al bar, un tabù: il politicamente corretto spiegato (male)
In un bar italiano, Cazzullo, Feltri, Gramellini e Cruciani litigano sul tema: ipocrisia o civiltà, tribunale o scudo. Nessuno convince nessuno, il caffè resta freddo. Pagano, convinti di aver vinto. In Italia il dibattito vuole solo l’ultima battuta tagliente
Il bar è uno di quelli dove il cappuccino arriva sempre troppo caldo e le opinioni sempre troppo fredde. Aldo Cazzullo è già seduto, legge il giornale con l’aria di chi sta cercando una citazione latina da usare tra poco. Vittorio Feltri entra brontolando: “Già vedo facce offese anche nei cornetti”. Massimo Gramellini arriva per ultimo, saluta tutti con un mezzo sorriso morale. Giuseppe Cruciani è già in piedi, anche se ha appena ordinato. Cruciani parte subito: “Il politicamente corretto è l’unica ideologia che riesce a far sentire colpevole pure il cucchiaino”. Feltri ride: “Macché ideologia, è una nevrosi. Una volta si dicevano stupidaggini liberamente. Oggi le si dicono lo stesso, ma con paura”.
Gramellini sospira: “Vittorio, non è paura. E’ attenzione. E’ civiltà”. Feltri lo guarda: “Massimo, tu confondi la civiltà con il correttore automatico dell’anima”. Cazzullo interviene con tono pacato: “Il politicamente corretto nasce da una buona intenzione storica: evitare che il linguaggio diventi un’arma. Il problema è quando il linguaggio diventa un tribunale”. Cruciani applaude ironicamente: “Ecco, Aldo ha citato il tribunale. Multa immediata per chi dice “tribunale” senza specificare inclusivo”. Gramellini: “Giuseppe, tu vivi di provocazioni”. Cruciani: “No, io vivo di libertà. Che per voi è una parola borderline”. Il caffè arriva. Nessuno lo beve. Feltri riparte: “Il politicamente corretto è il trionfo dell’ipocrisia. Si offendono per finta per comandare sul serio”. Gramellini: “Oppure è il tentativo di non umiliare chi è stato umiliato per secoli”. Feltri: “Massimo, io sono stato umiliato da direttori, editori, magistrati. Dovevo inventarmi un pronome anche per quello?”.
Cazzullo prova a mediare: “Il punto non è difendere il politicamente corretto, ma evitare il suo contrario: il gusto di ferire”. Cruciani sbuffa: “Il gusto di ferire è l’ultima libertà rimasta”. Il barista ascolta in silenzio, visibilmente confuso. Gramellini si accende: “Il problema è che oggi si scambia l’insulto per coraggio”. Cruciani: “E tu scambi il silenzio per profondità”. Feltri ride di nuovo: “Massimo, tu sei il politicamente corretto che ce l’ha fatta”. Gramellini: “E tu sei l’irresponsabilità che non si pente”. Feltri: “Mai pentirsi, è diseducativo”. Cazzullo torna serio: “La questione vera è che il politicamente corretto ha smesso di essere una grammatica ed è diventato una morale obbligatoria”.
Cruciani: “Una morale senza Dio, senza popolo e senza ironia”. Gramellini: “Ma con rispetto”. Feltri: “Il rispetto non si impone. Si guadagna. E soprattutto non si decreta”. Il tono sale. Qualcuno al tavolo accanto registra col telefono. Cruciani lo nota: “Vedi? Anche qui. Se dici una cosa sbagliata finisci su TikTok come criminale linguistico”. Gramellini: “Forse perché certe cose sono sbagliate”. Feltri: “O forse perché la gente ama punire”. Cazzullo annuisce: “Il politicamente corretto funziona quando protegge i deboli. Diventa pericoloso quando dà potere ai più rumorosi”.
Silenzio. Per un attimo. Poi Feltri chiude: “In fondo è semplice: il politicamente corretto non ha ucciso la libertà di parola. L’ha solo resa noiosa”. Cruciani: “E io combatto la noia”. Gramellini: “Io combatto la cattiveria”. Cazzullo sorride: “Io cerco di capire”. Pagano il conto. Nessuno è d’accordo con nessuno. Ma tutti sono convinti di aver vinto. Come sempre, in un bar italiano.