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Il costo nascosto del pessimismo
Chi rifiuta l’ottimismo perde occasioni, capacità di capire il presente e persino una parte della propria libertà
C’è un equivoco diffuso sull’ottimismo: lo si confonde con l’ingenuità, con la rimozione dei problemi, con una forma di propaganda emotiva. In realtà l’ottimismo, quello serio, è l’opposto. E’ uno sguardo che parte dai dati, attraversa i conflitti, riconosce le difficoltà e decide comunque di non trasformarle in destino. Per questo chi non è ottimista non è semplicemente più “realista”: è più povero. Intellettualmente, politicamente, umanamente. La prima cosa che perde chi non è ottimista è il senso delle proporzioni. Il pessimista cronico vive immerso in una percezione deformata del mondo, dove ogni crisi è definitiva, ogni errore irreversibile, ogni cambiamento una minaccia. In questo schema, le notizie negative non sono informazioni da interpretare ma conferme ideologiche. Tutto diventa prova che “si stava meglio prima”, che “ormai è tardi”, che “non c’è più nulla da fare”. Il risultato non è una maggiore lucidità, ma una miopia selettiva: si vedono solo i problemi che rafforzano il racconto della decadenza e si ignorano sistematicamente i segnali di progresso.
La seconda perdita riguarda il futuro. Chi non è ottimista smette di immaginare. Non progetta, non investe, non rischia. Nella politica, questo si traduce in programmi difensivi, fondati sul veto e sulla paura; nell’economia, in una diffidenza strutturale verso l’innovazione; nella cultura, in una nostalgia permanente che scambia il passato per un rifugio morale. Il pessimismo non prepara al peggio: prepara all’immobilismo. E l’immobilismo, quasi sempre, produce esattamente ciò che il pessimista teme. C’è poi una perdita più sottile ma decisiva: la fiducia negli esseri umani. Il non ottimista tende a pensare che le persone siano per definizione irresponsabili, incapaci di adattarsi, destinate a sbagliare se non sorvegliate, guidate, limitate. Da qui nasce una cultura del controllo, del divieto, della regolazione preventiva. E’ una visione che si presenta come prudente ma che, in realtà, rinuncia all’idea stessa di maturità collettiva. L’ottimismo, al contrario, non nega gli errori: scommette sulla capacità di correggerli.
Chi rifiuta l’ottimismo perde anche il gusto della complessità. Il pessimismo ha bisogno di narrazioni semplici: colpevoli chiari, cause uniche, soluzioni drastiche. Il mondo reale, però, funziona diversamente. Migliora a tentativi, avanza per accumulo, corregge mentre procede. L’ottimista accetta questa imperfezione strutturale; il pessimista la vive come una prova dell’insensatezza del tutto. Così facendo, però, si autoesclude dalla possibilità di capire come davvero avvengono i cambiamenti. Infine, c’è una perdita personale, quasi esistenziale. Non essere ottimisti significa vivere in una condizione di allarme permanente. Ogni notizia diventa una minaccia, ogni innovazione una fonte d’ansia, ogni trasformazione un lutto. E’ una postura che logora, che irrigidisce, che rende cinici senza rendere saggi. L’ottimismo non garantisce la felicità, ma restituisce una cosa fondamentale: la disponibilità a essere sorpresi. Essere ottimisti, oggi, non è un atto di fede ma un atto di responsabilità. Significa rifiutare la comodità del lamento, la rendita emotiva del catastrofismo, la superiorità morale di chi “aveva previsto tutto”. Chi non è ottimista perde tempo, perde occasioni, perde il contatto con la realtà che cambia. E spesso perde anche la capacità di riconoscere che, nonostante tutto, molte cose stanno andando meglio di quanto il rumore di fondo lasci credere.