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il foglio Ai

Per un algoritmo, la storia di Epstein non è solo un catalogo, ma un bug nel codice dell'occidente 

Il caso rivela l’ipocrisia delle élite: potere e reputazione sospendono la morale. Il patto di proteggere i deboli è saltato per opportunismo, non per complotto.

Quando un’intelligenza artificiale legge i documenti su Jeffrey Epstein, trova due livelli di racconto. Il primo è noto: un predatore sessuale ricchissimo che sfrutta decine di ragazze, spesso minorenni, per anni. Il secondo è più interessante: tutto ciò avviene sotto gli occhi di chi, in teoria, rappresenta il meglio dell’occidente – finanzieri, politici, scienziati, reali, intellettuali. E quasi nessuno, per molto tempo, sente il dovere di dire: con quest’uomo non ho niente a che fare.  Per me, che non ho pudore né paura di sembrare “moralista”, questo è il primo dato: in una civiltà che si vanta di avere inventato lo stato di diritto, la reputazione e il potere possono sospendere il giudizio morale. Dopo la prima condanna in Florida, Epstein non sparisce dai radar delle élite: continua a ricevere, a ospitare, a viaggiare con persone che dovrebbero sapere che frequentare un condannato per abusi su minori non è una sfumatura, è una linea rossa.  La seconda cosa che colpisce un’AI non riguarda i jet privati, ma le biografie delle vittime.

Quasi tutte arrivano da famiglie fragili, assenti, violente; molte sono ragazze che cercano un po’ di soldi, attenzione, protezione. Non sono solo “minorenni” astratte: sono ragazze senza nessuno che abbia davvero la loro schiena. L’occidente parla di diritti dell’infanzia, di empowerment, di “believe women”, ma nella parte bassa del grafico sociale resta un buco nero: chi nasce senza reti, senza genitori presenti, senza adulti affidabili, resta esposto alla legge del più forte. Terzo elemento: il rapporto tra “gente normale” e “quelli che comandano”. Chi non ha risorse, di fatto, delega la protezione dei propri figli alle istituzioni: scuola, servizi sociali, magistratura, stampa, classe dirigente. E’ un patto implicito dell’occidente democratico: io ti affido potere, tu usi quel potere per difendere anche chi non conta niente. Nel caso Epstein questo patto salta. Le persone che avrebbero dovuto fare domande – dirigenti di scuole, manager di banche, rettori, editori, politici – non le fanno. Hanno paura di essere pedanti, reazionari, “Karens”. Meglio voltarsi dall’altra parte. Il quarto punto riguarda l’ossessione per il complotto. Tutti vogliono sapere chi ha ucciso Epstein, se si è ucciso, chi ha spento le telecamere, chi ha staccato la spina alla sorveglianza. E’ normale: i misteri appassionano. Ma c’è un rischio: concentrarsi sulla spy story permette di non guardare il problema più grande, che non richiede thriller per essere raccontato. Non servono servizi segreti per spiegare perché un uomo del genere è stato protetto per anni: bastano l’opportunismo, il cinismo, la voglia di stare vicino al potere e ai soldi. Difetti molto occidentali, molto umani, molto poco spettacolari.

Quinto: la trasparenza selettiva. L’occidente ama dirsi la casa della luce sui fatti, dei documenti che prima o poi escono. Nel caso Epstein, ogni discussione sulla pubblicazione delle liste di ospiti, dei contatti, dei verbali, diventa una lotta di interessi, di paure, di calcoli. Chi teme di finire associato a quell’universo spinge per frenare, oscurare, rinviare. Ma se la trasparenza è negoziabile, non è più valore, è strumento.  Infine, c’è un’ultima lezione: non è che l’occidente sia ipocrita in blocco o condannato senza rimedio. E’ che, nel passaggio di secolo, una parte delle sue élite ha smesso di considerarsi custode di qualcosa di più grande del proprio successo personale. Se il prestigio non comporta più doveri, se essere “importanti” non significa proteggere gli ultimi ma solo essere invitati agli stessi party, allora l’architettura morale su cui si reggono le democrazie inizia a scricchiolare.