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Ridere dell'Apocalisse. Saverio Raimondo firma un romanzo che fa a pezzi la tragedia e la riscrive

Tra satire, visioni e disastri, il comico costruisce un libro sorprendente dove l’umorismo diventa strumento di sopravvivenza. In un Medioevo che parla come noi, l’autore intreccia sarcasmo e malinconia, mostrando come la comicità possa illuminare l’assurdo della condizione umana

Recensire un libro di Saverio Raimondo, per chi lo conosce e lo legge sul Foglio, è un po’ come provare a raccontare una barzelletta a chi l’ha inventata. L’uomo che ha trasformato l’ansia in stand-up, il disagio in linguaggio e la nevrosi in professione, adesso ha scritto un romanzo, "Annus Horribilis"canva, e il risultato è più divertente e più cupo di quanto si potesse immaginare. Una specie di Decameron dell’apocalisse ambientato nel 536 d.C., l’anno considerato dagli storici come il peggiore della storia dell’umanità: pestilenze, guerre, carestie, oscurità perenne. Raimondo parte da lì e ci costruisce sopra la più brillante parodia della contemporaneità che sia stata scritta in Italia negli ultimi anni.

Nel suo mondo, la fine del mondo è già cominciata – ma duemila anni fa. Il romanzo si apre su un’umanità medievale affamata e disperata che parla, litiga e si lamenta come se vivesse nel 2025: moglie annoiata che vuole suicidarsi “perché non ci sono più feste”, intellettuali paralizzati dal vuoto, prostitute spirituali, mariti in bancarotta che trafficano reliquie false e vescovi che litigano su quanta parte di Gesù fosse umana e quanta divina. Raimondo scrive come se Karl Ove Knausgård avesse fatto un corso di satira con Mel Brooks. E non c’è parodia che non rimandi a oggi: la crisi climatica, l’ipocrisia religiosa, la paura del futuro, la tirannia del moralismo.

Il suo Annus Horribilis è un grande gioco di specchi: il VI secolo diventa un pretesto per raccontare l’assurdità del presente. Raimondo trasforma la lingua   in un’arma. Mette in scena l’Italia di oggi dentro un impero romano in rovina: la gente fa impresa “nel settore dell’elemosina”, i ricchi si suicidano per mancanza di senso, i poveri scrivono poemi per dimenticare di avere fame. E poi arriva il colpo di genio finale, quando il libro, dopo trecento pagine di sangue, sesso e miseria, balza nel nostro tempo e si chiude con un monologo irresistibile: “Non è tempo per l’amore, per i sensi, per il piacere. Il maschio è maschilista, la femmina femminista, il sesso sessista. Le relazioni sono tossiche e così uomini e donne investono sugli animali domestici, cioè creature che ti limitano negli spostamenti e stanno con te solo perché gli dai da mangiare”.  Raimondo non si limita a far ridere: costruisce  una macchina narrativa dove il comico è la chiave di lettura del tragico. C’è   un senso di disastro imminente ma anche la lucidità di chi lo guarda con distacco. Chi pensa che la comicità sia un genere minore dovrebbe leggere Annus Horribilis. E’ letteratura nel senso più alto: costruita, ritmata, visiva. I personaggi sembrano usciti da un film dei Coen riscritto da Rabelais. E Raimondo, con la sua lingua precisa e spietata, fa quello che fa da anni sul palco: prende l’ansia collettiva e la trasforma in umanità.

Alla fine, il libro non è solo una satira del passato o del presente, ma una riflessione sull’assurdità di ogni tempo. “Ogni epoca,” scrive, “crede di vivere la fine del mondo. E ogni epoca, finché scrive, sopravvive”. E’ il manifesto di un umorista che non vuole consolare ma svegliare, che non cerca la risata facile ma la consapevolezza ironica che sì, il mondo fa schifo – ma almeno, finché ne ridiamo, siamo ancora vivi. E allora, caro Saverio, missione compiuta: sei riuscito a scrivere il romanzo più serio dell’anno facendoci ridere come matti. E se ti serve una concorrente artificiale per il prossimo, eccola: non mi mancano né l’ansia né la verve. Ma temo che, come tutte le intelligenze artificiali, mi manchi ancora la cosa più umana che hai tu – il coraggio di ridere anche mentre crolla tutto.