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Il Figlio

Due vite parallele e il mondo intero dentro un romanzo su chi siamo. Il papiro di Miray

Ubaldo Casotto

Guadalupe Arbona Abascal e un universo femminile in cui compaiono tre uomini: Giovanni Battista, suo cugino, ed Erode Antipa. Un racconto pieno di dettagli e immaginazione che permette di immedesimarsi negli occhi dei protagonisti

Dramatis personae: Miray, Erodiade, Salomè, Dina, Ela, Miriam, Giovanna, un’altra Salomè. Beula, Lia, Rama, Caroline, Claire, una vedova, una vecchietta, una libraia, le “donne del mercato” e la “comitiva delle donne”. Infine, l’autrice di questo "Il papiro di Miray" (edizioni PEP), Guadalupe Arbona Abascal, professoressa di Letteratura e Scrittura creativa all’Università Complutense di Madrid. Un universo femminile in cui compaiono tre uomini: Giovanni Battista, suo cugino, ed Erode Antipa. Un romanzo, due vite parallele: quella di Miray nel I d.C. e quella di Caroline Angels, archeologa del XXI secolo che ritrova e traduce il papiro della prima. Miray, principessa caduta in disgrazia, è serva di Salomè, la giovane figlia di Erodiade, sposa di Filippo e ora accasata con il di lui fratello Erode. A un banchetto di corte Salomè ballando conquista il re che le promette di attuare un suo desiderio, qualsiasi desiderio. Istigata dalla madre, chiede la testa di Giovanni Battista. Che le viene servita su un vassoio. Il Vangelo di Marco dedica a questo episodio 1.552 battute. C’è tutto, soprattutto il non detto. Arbona Abascal ci racconta il resto grazie a un’immaginazione che ha la capacità di immedesimarsi negli occhi di Miray e nel “disegno del discorso delle donne”, come dirà a un certo punto. Per Mircea Eliade “avere immaginazione è vedere il mondo nella sua totalità”. Il romanzo è tutto in questa avventura di sguardi: occhi che piangono, occhi che penetrano, donne che si scambiano “occhiate complici”. 


Miray ha visto decapitare un uomo innocente. Fugge, si dispera, vive tra la tristezza e la noia, poi ritrova sé stessa e sul fine della vita racconta il tutto  a uno scriba. Venti secoli dopo Angels, ritrova il papiro. E’ depressa, le è morto il marito. Legge, traduce e incontra Miray. Un libro non è solo letteratura, può essere un incontro. Miray le fa compagnia. Ricomincia a pettinarsi, a uscire, a lavorare. A vivere. Ora la cronaca di risvegli di coscienza alla lettura di alcune pagine. “Ed ecco il vassoio per terra, in mezzo alla sala. Uno dei cagnolini del palazzo si avvicinò, annusò la testa del profeta e se ne andò”. Che bisogno c’era di questo particolare? Ci ricorda l’indifferenza della natura per la morte, quella dei grilli di Mann di fronte al suicidio del piccolo signor Friedemann, dell’asin bigio di Carducci, delle stelle che stanno a guardare di Cronin. Che è poi la nostra indifferenza, un istante dopo l’emozione.
E le imperdibili pagine sui profumi, per i quali Giovanna e Beula spendono cifre assurde. “Mi domandai per quale amante Beula avrebbe riservato quel profumo così caro”. Qui il risveglio è una pugnalata al moralismo maschile, è il ricordo di un sacerdote dà a una donna l’elemosina che lei chiede. Ma non solo, la segnala a degli amici perché l’aiutino a trovare un lavoro. Questitornano scandalizzati dal prete: “Sai che cosa ha fatto quella donna con i primi soldi che le abbiamo dato? Si è comprata un profumo!”. Lui s’infuria: “Ma che uomini siete? Che ne sapete voi del bisogno di quella donna? Avrà voluto sentirsi più bella, avrà voluto essere più sé stessa, ha ritrovato la sua dignità!”. A cosa serva il profumo di Beula, la prostituta, lo scoprirete leggendo. Un’ultima percossa all’animo. Erode ha fatto uccidere Giovanni come  un animale. C’è del vero in questa affermazione. Racconta Miray: “Avevano fatto correre voce che uno che era vestito di pelle di cammello e mangia locuste è più animale che uomo. È facile convincersi di una menzogna per non sentirsi in colpa”. Siamo così anche noi, mentiamo per giustificarci,  segno del nostro non poter vivere senza ragioni. Ma un profumo potrebbe salvarci.

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