il figlio
Arrivavano dal nulla, come fa chi rimane. La famiglia deve restare unita
Pubblichiamo un estratto del romanzo di Federico Tavola, “La grammatica di frontiera”, pubblicato da Solferino
Nella tribù di La Roche mi chiamano l’uomo che cammina coi cani. Non so quando sia cominciato, né chi l’abbia detto per primo. In certi posti i ruoli si decidono senza che nessuno li decida.
Sono tre randagi che ho trovato — o che mi hanno trovato — il giorno in cui mi sono sistemato nella casetta accanto al dispensario. Arrivavano dal nulla, come accade con chi poi rimane.
Il grande lo chiamo Orso: morbido, paziente, ulula di gioia con una gravità da vecchio saggio. Qualcosa in lui assomiglia alla fiducia — non quella guadagnata, ma quella data senza ragione apparente. Princi è piccola e bianca, passa le serate sul patio a osservarmi con un’attenzione senza sorpresa. A volte penso che sappia già tutto quello che le serve e che il resto non le interessi. Saverio era spelacchiato, zoppicante, con lo sguardo rassegnato. Settimane di medicine e cibo, e ha smesso di trascinarsi. Zoppica ancora, ma in modo diverso.
Una mattina, dopo qualche chilometro, Saverio si ferma. Non ce la fa più. Lo guardiamo un momento, poi Orso, Princi e io continuiamo. Al ritorno è sul patio ad aspettarci, la coda in movimento.
Maré è una delle isole della Lealtà in Nuova Caledonia. La tribù in cui vivo è isolata. Poche auto, strade sterrate, canne da zucchero ai margini dei sentieri, papaye che maturano abbandonate. Ho preso l’abitudine di correre ogni giorno — sole soffocante o pioggia tropicale — per limitare quella depressione tropicale propria di certi luoghi ai confini del mondo. Non è malinconia. È qualcosa di più fisico: il peso dell’essere straniero che si aggiunge all’umidità. I cani mi seguono ovunque. Non so se lo facciano per me o per loro.
Sono arrivato pochi mesi dopo che l’esercito ha represso le sommosse per l’indipendenza.
Un uomo bianco e biondo che corre per i loro sentieri con tre randagi. I kanak mi guardano come si guarda qualcosa di cui non si è ancora deciso il destino.
Un giorno, lungo la strada per Penelo, un vecchio kanak ci si affianca sopra un’auto scassata — senza portiere né parabrezza, venti all’ora al massimo. I cani abbaiano furiosi. Il vecchio sorride — una bocca senza denti, una gioia antica — e accelera. Saverio gli va dietro per qualche centinaio di metri, abbaiando. Poi si ferma, guarda l’auto sparire, e torna da noi soddisfatto. E’ la prima volta che lo vedo correre senza zoppicare.
Qualche settimana dopo, durante una corsa più sostenuta, si stacca di nuovo. Ci osserva allontanarci, stanco e zoppicante come nei primi giorni. Orso, Princi e io proseguiamo come al solito.
Al ritorno però non c’è. Attendo sull’amaca fino all’imbrunire, scrutando i prati intorno al dispensario. Passa la notte. Niente. Il giorno seguente parto con Orso e Princi a cercarlo invano lungo il percorso. Orso annusa l’aria con una concentrazione che somiglia al lutto. Princi cammina vicina alla mia gamba, più del solito.
Tornato a casa, mi rimetto sull’amaca. Il sole scende dietro le colline, indifferente. Da qualche parte nella tribù qualcuno accende un fuoco per bruciare le foglie delle palme — lo sento dall’odore. Orso si sdraia ai miei piedi. Princi guarda il sentiero.
Verso sera un pick-up blu arrugginito attraversa lento il prato fangoso e viene verso di me. Non viene quasi mai nessuno fin alla mia porta. Mi alzo.
Si ferma a pochi metri. Un kanak imponente — che non avevo mai visto — sporge la testa dal finestrino.
— Sei tu l’uomo che cammina coi cani.
Non è una domanda.
Lo fisso perplesso.
Lui apre la portiera. Saverio scende. Trova subito Princi, cominciano a giocare. Orso ulula.
Guardo il kanak. Non so cosa dire, e così non dico niente.
Lui innesta la retromarcia e, prima di svanire nell’imbrunire, dice:
— La famiglia deve restare unita.
Federico Tavola, scrittore, per Solferino ha pubblicato “La grammatica di frontiera”