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Il Figlio
Meno campo uso, maggiore è l'ordine. Più ordine, meno fatica. Il tennis interiore
Con La mancina (Bompiani) Giulia Della Cioppa recupera una parte della propria autobiografia, gli anni trascorsi sui campi da tennis tra allenamenti pressoché quotidiani e tornei sparsi per l’Italia. Le pagine del libro vibrano della stessa forza del gesto atletico lasciando sullo sfondo la costruzione aneddotica
Cosa vuol dire praticare uno sport? Rispettare una geometria, comprenderne le regole e apprestarsi alle misure con precisione. All’interno di un rettangolo definito da linee bianche si ritrova Aleni, deve capire lo spazio che la circonda e insieme la forma del suo corpo. Aleni è ancora una bambina quando prende in mano per la prima volta una racchetta da tennis, il padre la segue con attenzione e premura, ma i suoi silenzi appaiono spesso imperscrutabili. C’è una forma di opacità che separa Aleni dal padre, rischiarata soltanto da uno sguardo più felice, da una sensazione di esattezza che si allinea al movimento di un gesto ben coordinato. Un’affinità sorprendente che ogni tanto cade con assoluta precisione tra mente e corpo, tra padre e figlia. Il tennis è al centro del secondo romanzo di Giulia Della Cioppa che dopo l’esordio con "Ventre" nel 2023 ora con "La mancina" (Bompiani) recupera una parte della propria autobiografia, gli anni trascorsi sui campi da tennis tra allenamenti pressoché quotidiani e tornei sparsi per l’Italia.
La pratica agonistica è un tema un po’ sottovalutato dalla narrativa italiana contemporanea che Della Cioppa riesce invece a trasmettere con una lingua estremamente bilanciata dentro alla quale il movimento e il suo processo assumono uno spazio narrativo inedito. Le pagine de La mancina vibrano della stessa forza del gesto atletico lasciando sullo sfondo la costruzione aneddotica. La retorica che inquadra lo sport come parabola di un racconto esistenziale qui è totalmente (e fortunatamente) assente. Non si tratta infatti di raccontare nel romanzo gesta e virtù quanto cadute e vizi di qualche grande campione e ancora meno vi è la necessità di far assurgere il tennis - oltre la sua stessa pratica - a elemento di formazione. Quello che Della Cioppa racconta con straordinaria puntualità è proprio la pratica e le sue conseguenze: "Con le caviglie fasciate spingo le gambe intorno al cono, le suole lasciano tracce, disegnando un triangolo nella terra. Ci ripasso su centinaia di volte e ogni volta la forma deve diventare più stretta. Meno campo uso, maggiore è l’ordine. Maggiore è l’ordine, minore è la fatica".
Con il padre Aleni mantiene un rapporto fatto di sguardi, insegue i pensieri paterni con l’angoscia di chi ha bisogno di recuperare un approdo in cui ritrovare conforto. Ed è un movimento che nuovamente sta tutto all’interno di una geometria: darsi la misura e riconoscere le distanze. Tutto diventa essenziale, più la precisione aumenta sul campo da gioco più Aleni migliora la percezione di se stessa. La mancina diviene così il racconto di uno svantaggio, di una diversità ormai socialmente nemmeno considerata. L’essere mancina però nello sport e in particolare nel tennis rivela da subito ulteriori possibilità. Una variabilità del gioco capace di andare oltre anche le regole stabilite. Aleni allora avverte - una volta rimosso il pudore che prima di ogni altra cosa agisce contro se stessa - la necessità di superare quel campo, quella geometria.
Aleni deve andare al di là di quella partita, di quel torneo e di quel gioco così assurdamente ossessivo e faticoso. Lo sport dunque come limite e non apertura, ma contemporaneamente come limite visibile al punto da mostrare un oltre potenziale. Un obbligo alla scelta a cui Aleni deve dare risposta: "Sento una forza che mi strattona, che pretende di uscire o di essere lasciata in pace. Se il mio corpo conosce l’ordine, non è lo stesso per quello che mi frulla nella testa". Giulia Della Cioppa recupera la tensione e dell’asprezza del suo romanzo d’esordio, ma qui con un respiro maggiore che dà forma a immagini precise. Una leggerezza inebriante che non perde però mai di vista l’estrema fatica di crescere.