il figlio

"Non scrivere di me", il ritorno di Veronica Raimo

Raffaella Silvestri

Sorella, io ti credo. Ma non ero in cerca di sorelle. Un libro che aggancia qualcosa di profondo dentro ognuno di noi. La scrittrice racconta i pensieri reali di una donna che desidera, anche quando desidera il massimo del controsenso

Cosa succede quando una persona che ci ha fatto del male muore? Veronica Raimo in "Non scrivere di me" dà una risposta che riguarda il desiderio, e leggere qualcosa di convincente su questo è un sollievo. “Ricordo tutto. Il corpo, l’odore, il piacere. La luce molto chiara della stanza. Perfetto bilanciamento del bianco”. Non quello che dovrebbe essere il desiderio, non quello che è corretto che sia – ma i pensieri reali di una donna che desidera, anche quando desidera il massimo del controsenso, e cioè qualcuno che l’ha violentata. S. ha visto Dennis quattordici volte, le prime tredici sono state varie fasi di un’esperienza estatica. “Per questo speravo che ci sarebbe stata una quindicesima volta, anche se ovviamente avrei dovuto sperare che non ci fosse mai stata la quattordicesima”. Nel momento in cui vediamo S. innamorarsi di Dennis May, attore regista e quasi-divo maledetto, sappiamo che non è solo un’ossessione, non è solo un amore tossico, lei non è solo una vittima: non è niente di tutte quelle cose che possono essere descritte dalle etichette del presente.

 

Le etichette ci hanno aiutato a dare dei nomi a cose che erano indicibili, ma hanno anche accorpato i racconti in un unico linguaggio, con alcuni elementi fissi e delle zone innominabili, proibite. E’ uno schema da cui questo romanzo si distacca e forse segna la fine di quel periodo, di quel racconto. Parlando del desiderio che si prova vivendo da donne, Raimo parla anche di come si vive da donne nell’epoca post MeToo, avendolo vissuto o attraversato, conoscendo il significato della parola abuso. “Non ho mai sognato di vedere Dennis finire in carcere, non sono mai arrivata a capire in cosa consistesse per me il senso di giustizia. Pensavo solo che ci saremmo rivisti, che avremmo trovato insieme il modo, (…) ed era quel noi che proteggevo con l’ottusa tenacia di un cane da guardia. Ringhiavo al mondo e aspettavo una carezza sulla testa. Alla sua ultima mail avevo risposto: «Sono qui».” Questo libro aggancia qualcosa di profondo dentro di noi, e poi affonda come la forchetta nella cheesecake della prima scena. Brillante e materica, la scena della cheesecake mangiata dalla scrittrice vegana (evidentemente flessibile) al bar in cui S. lavora. La scrittrice spiega al fidanzato che non capisce la sua prospettiva di genere. Poi la notizia, Dennis May è morto. Da lì la storia corre molto veloce, ma resta in testa per giorni perché ogni frase è allo stesso tempo cruda e simbolica, vomitata e curata.

 

Centosessanta pagine che si leggono in un viaggio in treno Roma-Milano: lo stesso viaggio che fa la protagonista, due volte. Una all’inizio della storia con Dennis May, quando lo incontra in un hotel da cui non uscirà per un paio di giorni – giorni di estasi sessuale e di studio fervente di Althusser per un esame universitario. E’ un treno notturno: “Alla stazione Termini, alle undici di sera, mi ero sentita così sordida a salire su quel treno e la cosa mi aveva eccitato da morire. Il sentimento purtroppo si era acquietato in fretta. Non era un treno di peccatori e avventurieri, piuttosto un treno di poveracci.” Il secondo viaggio a Milano è verso la fine, quando è tutto diverso per S. vicina a una risoluzione interiore – un finale che risulta tenero ma non buono, e che riscatta la protagonista, il suo cinismo, il lettore, pur accogliendone le parti malvagie, quelle che abbiamo visto e in cui ci siamo riconosciuti. “Sorella, io ti credo. Credevo a tutte quante, ma non ero in cerca di sorelle (…) Un cane da guardia non cerca il branco”. Non scrivere di me è il romanzo migliore di Veronica Raimo, che non abbandona del tutto la vena di ironia di Niente di vero (2022), pur abbracciando i momenti di cupezza di questa storia.

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