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il figlio
La fortuna di non sapere che cosa sia la febbre e il termometro
Trentasette e uno. Trentasei e nove. Spartiacque tra due ere e tra due stati d’animo
Secondo i nostri calcoli (suoi, miei, e del gatto adibito a infermiere), da almeno sette anni a mia figlia non veniva la febbre.
Da quando, insomma, era una bambina che andava alle scuole medie: la febbre allora gliela misuravo io, intimandole di stare ferma, di chiudere bene il braccio, di sudare prima e non durante, e tutte le esagerazioni in cui continuo a credere fermamente anche dopo la scomparsa del mercurio. Sette anni significa che il Covid non l’ha sfiorata nemmeno con un raffreddore, sette anni significa che, le ripeto tronfia, è tutto merito mio che ti ho partorita, sfamata, che ti ho passato i miei anticorpi, che ti ho fatto respirare lo iodio (lei oggi odia il mare), io che insomma ti ho creata così resistente ai virus. Stranamente, mia figlia è scettica, dice: boh mamma, contenta te. E se ne va dicendo che ha mal di testa, mal di pancia, mal di schiena, mal di gola, male alle gambe e male ai capelli. Mi manda poi, dietro mia richiesta, alcune foto della gola e non vedo placche, quindi le dico che non si sente bene perché a) fuma b) non studia quindi ha troppo tempo libero. Lei dice: boh mamma, contenta te. Ma a un certo punto il malessere cresce. Le dico, come farei con un adulto: provati la febbre, il termometro è in quel cassetto.
Scopro così che mia figlia non ha idea di che cosa sia la febbre e di come si usi un termometro. Non sa che su quello elettronico deve comparire una lettera prima di infilarlo, così aspetta venti minuti che suoni, e quello giustamente non suona. Dice che è rotto. Allora prova con un termometro a mercurio che conservo gelosamente come uno dei beni più preziosi, ma lei non sa che prima bisogna scuoterlo per far scendere il colonnino, ed è sconvolta dal fatto che poi il colonnino, se c’è febbre, risale. Nel suo caso, non sale. Io sono in un’altra città e non posso controllare la posizione del braccio, ma sospetto che sia sbagliata. Non sa che la temperatura corporea è più o meno 36.6 e che 37 è un segnale, non l’assoluto. Secondo lei 37 è come il 1492, l’anno della scoperta dell’America, uno spartiacque tra due mondi. A un certo punto mi scrive: aiuto ho 37.1, ho la febbre! e la sento sinceramente preoccupata. Poco dopo mi scrive: no mamma era un falso allarme, me la sono riprovata, ho 36.9, sono guarita. Penso, ma non lo dico perché dico già troppe cose e lei non me le perdona: hai una fortuna sfacciata e non lo sai.
Le spiego con pazienza, giuro con pazienza, che un millimetro di qua non è il Medioevo e un milletro di là non è l’Era moderna. Che è una convenzione, ma tra 36.9 e 37.1 non c’è molta differenza, l’unica certezza è che ha un po’ di alterazione (una bella parola, alterazione, anche elegante, si può usare come diminutivo della febbre ma anche come diminutivo del mio pessimo umore. Sono un po’ alterata, ma passerà). Mia figlia ascolta e dice: boh mamma, contenta te.
Con 37 comunque non si prendono medicine, quindi camomilla, borsa dell’acqua calda, pastina in brodo, una banana per il potassio, e non fumare per carità che muori. Chiudi la finestra che muori. A tarda sera, mia figlia esulta: ho 38.3!!! Quella è in effetti una febbre inequivocabile, ottenuta facendo la media ponderata fra quattro termometri diversi, di cui uno prestato dal vicino di casa. Tachipirina pronta, bella sudata, stamattina si è svegliata tardi, ha incrociato i quattro termometri e ha scritto: 36.9, daje! Non sa, non sapendo niente di febbre, che salirà. Ho risposto: boh amore, contenta te.