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Il Figlio
La vita è breve, tanto vale inseguire le 42 opere di Bruegel sparse nel mondo
Attraverso il suo libro, l'architetto e blogger inglese Toby Ferris cerca di capire conoscere e farsi attraversare dalla splendida arte del pittore olandese. Ma forse prima di tutto anche un po’ scappare da quella massa incombente di sentimenti che gli cade addosso ormai da tempo senza possibilità alcuna di scampo
Distrarsi è paradossalmente la cosa ormai più difficile, almeno in questa parte di mondo. Qui ogni cosa richiama all’ordine e alla puntualità. Dalle app che dovrebbero occuparsi della nostra salute fino agli infiniti messaggi che illuminano i nostri schermi e squillano sotto forma di mail, whatsapp e ancora – inesorabilmente – sms, secondo quella vecchia dottrina che fa sì che nei media tutto si aggiunga e nulla si perda. Appare impossibile riuscire a perdersi, a dimenticarsi e a farsi dimenticare dal mondo e dalla sua stretta e annichilente attualità. Riuscire a prendersi del tempo diventa così la cosa più difficile da fare, così difficile che anche solo pensare a tutte le implicazioni – e complicazioni – che questo perdersi può generare subito passa la voglia. Insiste invece in questa sua dolce deriva Toby Ferris, architetto e blogger inglese, e lo fa anche attraverso uno splendido libro che è un po’ un racconto e un po’ un saggio. Infatti come tutti i reportage sulla deriva, anche "La vita è breve, il mondo è strano" (il Saggiatore, traduzione di Ludovica Eugenio) tiene al centro un tema che in realtà ne occulta altri, tutti connessi e che offrono un’urgenza necessaria al senso stesso del libro.
Ferris quando scrive ha quarantadue anni, da poco non ha più un padre e a breve avrà un figlio. Decide così di darsi un appuntamento, di trovare un senso a questo improvviso, drastico e assurdo – per quanto naturale – incrocio, dentro al quale si trova sballottato tra emozioni contrastanti. Decide d’inseguire tutte le quarantadue opere di Bruegel sparse per il mondo, dall’Europa al Nord America. Capire certamente, conoscere e farsi attraversare dalla splendida arte di Bruegel anche, ma forse prima di tutto anche un po’ scappare. Fuggire da quella massa incombente di sentimenti che gli cade addosso ormai da tempo senza possibilità alcuna di scampo, senza possibilità alcuna di potersi prendere quello spazio necessario per rimanere saldamente in piedi mentre il mondo, per come lo conosceva, si sta esaurendo per sempre. La sua infanzia e suo padre ormai si ritrovano totalmente chiusi nel passato, mentre il futuro bussa prepotentemente alla sua porta: "Ognuno di noi, presente o assente, esercita la propria piccola costante attrazione gravitazionale, variabile nel tempo, difficile da calcolare, da tenere presente, ma è lì, nonostante tutto, nella massa dei punti di dati, e nella geometria che la comprende".
Il viaggio parte da Bruxelles, dal Censimento di Betlemme e dal confronto inevitabile tra il Vecchio Bruegel e il Giovane, quasi come se Toby Ferris riportasse in vita una vecchia competizione fatta di invidie e inevitabili incomprensioni. Restituisce il senso di un’opera fatta di infiniti e puntuali dettagli che si palesano però nel loro essere collettivo, in quella massa capace di esprimere un pensiero non individuale, ma solidale e comune. L’autore ritorna con la memoria al rapporto tra suo padre e suo nonno e a una vicinanza che fu fisica, ma non dialettica. Un’intesa fatta nonostante tutto da quei piccoli momenti quotidiani di assenza che sembrano denunciare una differenza e che invece spesso certificano proprio l’opposto. Il viaggio di Ferris non è turistico o una guida alle opere di Bruegel, ma un’attivazione di se stesso di fronte all’arte di Bruegel. Un forzato e faticoso dislocarsi, un mettersi in continuazione fuori posto per poter così scoprire qualcosa di nuovo di se stesso e degli slittamenti emotivi che lo attraversano. La vita è breve, il mondo è strano ha una forza dolce, capace di connettere mondi all’apparenza lontani, esperienze pubbliche e fatti privati fortemente universali. Ferris considera l’arte come uno svelamento necessario di sé dentro al quale bisogna essere pronti a ritrovare qualunque cosa: la bellezza come l’orrore.