Mother and Children, Jacob Kainen, 1965 

il figlio

La forza rivoluzionaria della comunicazione con i bambini e le bambine

Marta Stella

I rapporti emotivi e creativi vissuti dalle madri e dai figli non devono essere svalutati. Quei pensieri del 1972 che risultano potenti ancora oggi

"La donna attinge dalla comunicazione con le bambine e i bambini molta della sua forza rivoluzionaria”. Ho letto queste parole in una notte gelida dei primi giorni di un anno nuovo: a Milano un’inedita neve aveva ricoperto tutto e la città muta attendeva attonita nuove notizie su una pandemia mondiale. Una neonata mi scrutava con occhi vispi, fari in una delle infinite grandi sere del mondo. Mentre allattavo, il braccio sinistro modellato a culla, stringevo in una mano un ciclostilato del 13 ottobre 1972. Tre fogli bianchi scritti a macchina a Napoli, molti punti e poche virgole, italiano creativo nel puro stile delle Nemesiache, mitico gruppo femminista capitanato da Lina Mangiacapre: “Basta con l’identificazione del problema dei bambini come problema delle madri. I rapporti con le bambine e i bambini sono rapporti vitali e creativi, e noi donne sappiamo che proprio questi rapporti ci hanno permesso di non essere colonizzate e di non diventare sterili per l’isolamento in cui l’uomo storicamente ci ha voluto confinare. I bambini e le bambine sono stati la nostra storia sotterranea”. 

   
La neonata mi fissava. Io scarnificavo quella storia sotterranea fatta di documenti dimenticati e parole lontane per il romanzo che avrei dovuto scrivere: i nove mesi successivi, come una gestazione, il libro prese vita mentre mia figlia cresceva. E io insieme a lei. 
Sono passati pochi anni e quelle parole mi parlano ogni giorno. Mentre prendevo le sembianze di una ragazza del 1967 in fuga da una maternità non voluta, poi di una trentenne negli anni incredibili e terribili della lotta per salvare le altre, e poi di una settantenne delusa dall’utopia, vivevo nel frattempo una maternità vitale, gioiosa, creativa. Potentissima. Mentre scrivevo di donne che sono morte per essere libere, di ragazze che hanno lottato per liberarsi dalla maternità come unico destino, vivevo il tempo più potente e creativo della mia vita. Ma qui non si tratta solo di scrittura

 

“I rapporti emotivi e creativi vissuti dalle madri e dalle bambine e dai bambini non devono essere svalutati come ha sempre fatto e continua a fare la società patriarcale. Non sono i rapporti con i bambini e le bambine reazionari, ma le organizzazioni di potere e le situazioni in cui questi rapporti devono esistere”: all’inizio di ogni nuovo anno mi rifugio in queste parole che sembrano lontane, e non lo sono affatto. Certo, quelli erano anni in cui non era neanche in discussione il sussidio alla famiglia, alle madri, ma l’idea stessa di famiglia. Sono però una chiamata per ognuna, in un tempo in cui  l’infanzia accessoriata è diventata lo specchio delle nostre rivincite, dei desideri respinti e delle rinunce da rivendicare. Un tempo in cui la maternità è di nuovo mitizzata o al contrario bistrattata, e i bambini trasformati della moneta di un nuovo capitalismo distorto. 
Ancora con queste femministe, si dice oggi come già si diceva all’inizio degli anni Ottanta.

 

Le parole lontane rispondono potenti: le vedo prendere vita a bordo di un treno regionale che viaggia a passo d’uomo, quando con poche matite e un foglio bianco il viaggio si accorcia sotto lo sguardo infastidito degli altri viaggiatori; quando durante le feste si ricorda  la zia che ci ha insegnato a prendere parola a tavola come se si tenesse  un discorso di stato; quando dopo tanti anni si rivede l’amica della mamma che per la prima volta ci ha sussurrato “Non aver paura. Prova, vedi come va”. Madri biologiche o elettive, donne che hanno percorso quella storia sotterranea creando un legame con l’infanzia antico: duro, faticoso, creativo. Ma soprattutto un po’ ribelle. 


 

Quelle parole del 1972 sono sempre sulla mia scrivania, anche in questi primi giorni del nuovo anno: “Se l’uomo ha fatto la sua scelta in base alle sue valutazioni economiche di rapporti tra uomini, noi donne non sceglieremo e non accetteremo un tipo di realtà da cui sia amputata la parte più vitale e ribelle: l’infanzia”.


 

Marta Stella è giornalista e scrittrice, il suo ultimo romanzo è “Clandestine” (Bompiani) 2024)

 

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