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Dio bla

Non mi piacciono mio padre, le cose morte e i palazzi. Il racconto di Andreea Simionel, finalista al concorso letterario 8X8 

7 Giugno 2019 alle 12:54

Dio bla

Foto via Pixabay

Pubblichiamo due degli otto racconti finalisti al concorso letterario 8X8, ideato da Leonardo G. Luccone, undicesima edizione. Racconti letti dagli autori ad alta voce davanti a giornalisti, scrittori, editor e editori. “Il racconto è la sintesi di una vita, e insieme la vita sintetizzata” (Julio Cortazàr)


La madonna mi ha detto di fare la purea.

Allora io ho fatto la purea e ogni tanto sbirciavo mio padre fermo in un angolo sulla sedia a rotelle. Dio gli ha dato l’ictus. Giravo il bollore e pensavo, cosa ci faccio io con signor ictus fermo nell’angolo, gli occhi fissi a guardarmi? Poi mi dicevo niente, non ci faccio niente.

Gli portavo il cucchiaio alla bocca, la purea si fermava contro i denti e colava sul mento.

   

Non mi piacciono molto mio padre, le cose morte e i palazzi perché sono più immobili che mai. Quando dio gli ha dato l’ictus, mio padre aveva la testa storta sulla spalla come in ascolto del telefonino e da allora è rimasto così. Io pensavo, che brutto dormire in quella posizione, quella posizione non la cambi più fino alla morte, e magari a te andava di piegare la testa dall’altra parte e invece rimani così, più immobile che mai.

   

Glielo dicevo sempre che, a furia di farsi la croce ogni giorno mentre usciva di casa e di baciarsi la punta delle dita, si bruciava le dita o si faceva venire un male. Lui diceva che si faceva la croce e si baciava la punta delle dita perché solo dio dà di tornare a casa vivi e niente succede per caso e dio vede e dio bla e io allora immaginavo dio che lo guardava dall’alto delle scale e pensava brutto di lui.

   

Prima suonava il campanello anche quando aveva le chiavi per dar fastidio a tutti e diceva al cane, andiamo a vedere i cagnolini, i gattini e i passerotti. Gli metteva il guinzaglio e diceva, andiamo andiamo andiamo. Andavo anch’io.

Quando scendevamo al primo piano con la madonna e la rosa secca appiccicate al muro, si faceva la croce e si baciava la punta delle dita. Mentre parlava, si portava la bottiglia alla bocca e schizzi di birra straripavano e aveva un sorriso intagliato come quello delle zucche a Halloween. Teneva le due mani piatte una contro l’altra sotto il mento.

Fatevi la croce tutti e due, diceva.

   

Io allora mi circondavo della presenza di dio e mi baciavo i polpastrelli per accontentarlo. Ci fermavamo sul pianerottolo e aspettavamo in silenzio che anche il cane si facesse la croce e si baciasse la punta delle dita. Lui però ci guardava con gli occhi neri a palloncino, stava zitto come i cani e gli tremavano le gambe dietro perché aveva tredici anni e sbagliava spesso appiglio sullo scalino.

  

Mio padre allora si abbassava di scatto. Il sorriso gli spariva. Prendeva il muso del cane tra le mani, lo girava come i satelliti e la luna, gli diceva, mi guardi? pensi che io scherzo? ma non sapeva se ci andava il congiuntivo perché poi si ripeteva, diceva, pensi che io scherzi?

  

Lui parlava sempre così, come uno capitato per caso a fare il padre, non gli piaceva il suono della sua voce; l’avrebbe voluta più roca, indurita dal fumo, forte come le rocce che stanno a farsi levigare dai secoli, ma mio padre era debole e non fumava.

   

Il cane intanto fissava le scale che lo dividevano dai cagnolini e dai gattini e dai passerotti. Io alzavo la testa e guardavo la madonna appiccicata al muro. Aveva le mani piatte sotto il mento e la testa storta sulla spalla sotto il cerchio magico. Allora mi montava la rabbia e chiudevo gli occhi e mettevo le mani sotto il mento e pensavo, adesso che torniamo scatto, lancio un armadio, il computer, il cassetto delle posate, rovescio i mobili, adesso gli dico, esci da casa mia brutto coglione, poi me ne torno a dormire e quando riapro gli occhi lui ha fatto i bagagli e se n’è andato e di lui resta solo l’assenza. Ma non facevo niente di tutto questo.

   

Quel giorno una crosta di calce è caduta giù dal muro e ho sentito questo poc simile al suono di una goccia che piove. La madonna sul muro mi ha detto, adesso mando un terremoto che lo fa cadere giù dal mio pianerottolo brutto coglione. Io ho tenuto gli occhi fissi al muro, l’ho tenuto su con gli occhi, altrimenti per via che mio padre urlava e picchiava una creatura innocente veniva giù il palazzo con sopra i portaombrelli, i vasi delle piante, il cane e i condomini. Io non sapevo cosa fare e guardavo il cane o la madonna, tutto il resto poteva cadere ma il mio cane no.

Ho sentito un altro poc di calce e la madonna appiccicata al muro, la testa storta sulla spalla, ha detto, buttalo giù, buttalo via, altrimenti mando un terremoto e muore il cane, muore il cane e non voglio che muoia il cane.

   

La signora del primo piano è uscita urlando. Ho fatto bene, signora, le ho detto, ho fatto quello che ha chiesto la madonna. Glielo dicevo io che, a furia di farsi la croce ogni giorno mentre usciva di casa e di baciarsi la punta delle dita, si bruciava le dita o si faceva venire un male. Non ho fatto niente. E’ inciampato come il cane che ha tredici anni e sbaglia spesso appiglio sullo scalino.

Ho guardato in basso e ho visto il corpo di mio padre ai piedi delle scale, con gli occhi spalancati e la testa storta sulla spalla, più immobile che mai. Ho guardato in alto e ho visto dio che si appoggiava con i gomiti sulla ringhiera delle scale, una mano sotto il mento e l’altra in fuori, nella posa di uno che fuma. Dio era uno forte e fumava.

      

Editing di Flavia Vadrucci

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