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Vietato morire

Ho quarant’anni, penso alla figlia che non ho e alla paura che non avevo più in quell’ascensore

17 Novembre 2018 alle 06:00

Vietato morire

Foto Pixabay

Ogni volta che faccio il cambio di stagione penso alla figlia che non ho. Ci sono vestiti che non indosso più, ma che negli anni ho conservato immaginando mia figlia frugare nell’armadio e appropriarsene, come me, che al liceo mettevo il cardigan di mia madre – maglia larga e bottoni grandi – sulla T-shirt di Jovanotti. Mia madre lo portava il giorno in cui sono stata battezzata, sopra un abito color ruggine di cui ho sempre avuto nostalgia. Il cardigan c’è ancora, appeso a una gruccia, mia figlia no, non è mai nata.

 

L’altra sera ho rivisto in tv La guerra è dichiarata, un film francese del 2011. Ero al computer e ne ho intercettato per caso un fotogramma, l’ho riconosciuto subito, e ho iniziato a piangere. Molto prima di quanto avessi fatto al cinema, perché adesso sapevo tutta la storia, e anche se il bambino di Valérie Donzelli – la regista, che ha trasposto sullo schermo la sua esperienza personale – alla fine guarisce dal cancro, il dolore di quei genitori non riuscivo a tollerarlo. Mi sono seduta sul divano per mezz’ora, poi ho spento la tv e sono tornata al computer, sollevata: Adam non era mio figlio, per fortuna. Ero salva.

 

Maria di Nazareth, per esempio, non l’ho mai capita; ha accettato di fare un figlio che nemmeno aveva voluto pur sapendo che glielo avrebbero ucciso. Al suo posto avrei protestato con rabbia, io che mi sento sollevata persino di non aver partorito quell’alunno di quinta elementare che non sa fare il tema sugli animali: ha gli incisivi in fuori, è tutto ossa, e non ha scritto una parola. Seduta accanto a lui, gli dico parla dei tuoi gatti. Lui alza le spalle, i denti gli mordono il labbro inferiore. Gli dico dammi il quaderno, te lo scrivo io – non sopporto di vederlo arreso, di sentirmi impotente, non sopporto che fallisca, proprio qui, di fronte a me, che ho solo nove anni. E’ il mio compagno di banco, non è mio figlio. Sono salva.

 

Marguerite Duras ha scritto che la maternità è un crimine. Chiunque nasca è condannato alla morte. Nel mio ultimo romanzo Gregor, il marito di Rosa, pronuncia una frase simile. Lui non vuole figli, lei sì. La faccio dire a un uomo, quella frase, ma sono io a pensarla, io che mi chiamo Rosa, come la protagonista de Le assaggiatrici, e come lei ho sempre creduto che non si può sprecare niente, della vita, che fare figli è un’opportunità immensa concessa dalla natura e non coglierla è un peccato, una perdita. Mi sconvolge l’idea che da te possa uscire qualcuno che non è te, che è un altro, mi pare un mistero, una magia, uno spettacolo pirotecnico, e insieme un ancoraggio alla realtà, un atto di fede verso il futuro, verso l’esistenza. Ho quarant’anni e non ho ancora smesso di provare a salvarmi.

 

Tenevo in braccio i piccoli detenuti di Rebibbia, ne portavo uno a casa, dormiva al centro del lettone, due cuscini per barriere, gli cambiavo il pannolino, lo imboccavo, lo accompagnavo al parco su un triciclo comprato per lui, rimasto poi a lungo nello studio, finché non l’ho regalato al figlio di un’amica, perché il figlio che non ho non può pedalare. Ho sognato di prendere in affido uno di quei bambini, e sembrava facile, con la sua guancia sul collo, sembrava possibile – voglio un amore così, dicevo al mio compagno, un amore totalizzante, e lo voglio per me. Non abbiamo un aiuto, rispondeva lui, non abbiamo lo spazio. In prima media dormivo in cucina, replicavo io, e mica sono morta. Vietato morire, è con questo comandamento che sono cresciuta, vietato soffrire, mia madre non lo reggerebbe, devo restare viva per lei. E’ a lei che penso, se il treno si ferma in una galleria e l’ansia mi investe. Penso a lei, arrampicandomi per le scale pur di evitare l’ascensore, devo preservarmi, devo difenderla. Non è mia figlia, e io non sono salva.

 

Rosi, te ricordi quanno sei venuta sull’ascensore co’ me?, mi domanda il parrucchiere. Nel 2003 ero la sua baby-sitter. No, non ricordo. Sì, ché t’ho ricattata: si nun sali sull’ascensore, nun faccio i compiti. E te ce sei salita. Ci sono salita: io, sull’ascensore. Con un bambino. Non era mio figlio. Ma l’avevo aiutato a non aver paura degli altri bambini, di pomeriggio ai giardinetti. La sua timidezza, la sua fragilità emotiva, mi spezzava il cuore, non volevo che stesse in un angolo, che si considerasse debole, rifiutato, escluso. Forse era l’energia della gioventù, forse è solo che da lontano le cose spaventano, se ci sei immerso ti dimentichi di spaventarti. Neppure per un attimo mi ero sentita impotente, con lui. Rosi, te ricordi come te lanciavi a tera quanno giocavamo al Far West? Te sparavo, e te morivi. Io invece non morivo mai.

Se il mio parrucchiere fosse una ragazza, gli regalerei gli abiti che non indosso più. Ma non lo è. Allora li lascio nell’armadio, vicino al cardigan di mia madre, almeno fino alla prossima stagione.

 

L’ultimo romanzo di Rosella Postorino, “Le assaggiatrici” (Feltrinelli) ha vinto il premio Campiello 2018

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