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La figlia invisibile

Tutto qui? La campionessa mondiale di riserbo ha capovolto il mio mondo di padre separato

30 Novembre 2018 alle 15:28

La figlia invisibile

Foto via Max Pixel

Sono bastate due parole. Tutto qui? E trattandosi della campionessa mondiale del riserbo, forse non ha nemmeno aperto bocca. Era sufficiente il suo sguardo, che io ho tradotto nella più sintetica espressione di delusione. Ero a cena con mia figlia, la più grande, 22 anni: il canonico appuntamento settimanale di un padre separato, era più promettente del solito. Atteso ingrediente della conversazione, il giudizio su un libro che lei aveva letto in bozze. Il mio primo romanzo, Sospensione, tre maschi adulti che scoprono di aver mentito a se stessi e agli altri per i trent’anni che li separano dalle incandescenti impennate adolescenziali, per poi inseguire un rimedio impossibile. Come aria pura in mezzo alle esistenze stantie dei tre uomini, al centro tenero della trama compare Irene, figlia dignitosa, seria, stabile, il sostegno morale di un genitore non cattivo ma scostante.

    

Nel consegnare le bozze, avevo detto a mia figlia: penso che in Irene e nel ruolo che riveste per il padre, troverai non poco di te e di noi. Aggiunsi: ti piacerà.

Così quel tutto qui non gelò soltanto le mie speranze per la serata, aprì il terreno sotto di me, scavando indietro e avanti nel tempo: con un’altra figlia di quasi nove anni, la grande mi avvisava che forse stavo sbagliando di nuovo.

Io che m’illudevo, pur con tanti difetti, di aver compreso l’essenza del nostro rapporto, collocato vizi e virtù al loro posto nello scaffale della vita a due, o di aver almeno avvolto le incomprensioni in un involucro galante, avevo fallito. Stavo viaggiando spensierato verso il precipizio. Sono tornato indietro, alla ricerca di un motivo per la mia ignoranza.

    

Il primo sospettato è stato il cliché dell’incondizionata e ricambiata adorazione delle figlie per il padre. Ne avevo approfittato e mi stavo finalmente accorgendo di aver vissuto a scrocco, nutrito di questa promessa dorata, di un’eterna ora d’amore che traeva alimento da un istinto contro il quale le figlie, salvo trovarsi di fronte – e talvolta nemmeno bastava – alla violenza, nulla potevano se non abbandonarsi, e perdonare e ancora; poi tornare ad amare di più, perché così ordinava loro la natura. Ora so di aver approfittato dei pesciolini azzurri nei suoi occhi.

    

E nella nostra esperienza, di quale altro malinteso mi sarò cibato? Ricordo i suoi sei, dieci, quindici anni. Nessun vero conflitto tra noi; discussioni sì, ma circoscritte in un vocabolario o sguardi mai gridati. Davanti al “problema” preferivamo deporre le armi, tenendoci dentro la parola acuminata, la richiesta non trattabile. Si ripeteva un balletto tra sonnambuli che non vedevano l’ora di tornare a riposare dentro certezze sfiorate dal dubbio. Lei mi vuole bene, io lo so. Si è accorta che, nonostante la separazione, ci sono stato. Una carezza ai capelli, un neologismo dolce pensato sul momento… e via senza feriti.

   

Per almeno due ragioni, mi sarò poi accontentato delle illusioni. C’è stato il confronto con il rapporto padre figlio maschio. Qui lo scontro non è mancato: è anzi stato così doloroso e violento che, tornata la pace, abbiamo deciso di riportare i nostri amabili e rumorosi scazzi in un libro a quattro mani. Devo allora aver preso per approvazione il silenzio di mia figlia, senza dare importanza, per dirne una, alle differenze di carattere con il fratello. D’altra parte di cosa si è discusso e scritto negli ultimi dieci anni, se non della crisi della figura paterna rispetto al figlio, quello con la o? Allora mi sentivo anch’io dentro la notizia, ma adesso, e forse da un po’, la novità è un’altra.

   

C’è stata poi una distanza (culturale? sociale? viscerale?) che non ho saputo colmare. Se tra maschi gli strumenti per affrontarsi sono noti e numerosi, come potevo capire ciò che lei non mi spiegava, adeguandosi a quel vocabolario affettivo e non normativo che io stesso avevo introdotto nella nostra relazione, ed è sempre più di moda, se non addirittura prescritto dagli psicologi? Oppure accorgermi di lei, se non creava un frastuono a me comprensibile? Ho riconosciuto soltanto ora la necessità di tradurre l’amore dato e accolto per scontato nell’invenzione di un nuovo linguaggio dedicato a lei e basta, e in generale a questo immenso e poco esplorato affetto trasversale. Perché non tocchi a lei/loro spiegare. E perché mia figlia non pensi che Irene fosse una compensazione. E che nel dirle, ti piacerà, io intendessi: adesso mi dai la tua assoluzione?

     

Difficile. Ma una volta rotto l’incantesimo anche se per il meglio, c’è un’altra strada?

Al padre del romanzo capitava spesso, quando Irene era bambina, di “perderla”. Nella folla all’uscita di scuola, mentre lei nuotava in piscina, al parco giochi, improvvisamente non la vedeva più. Diventava la bambina invisibile. Martino, il nome del padre, giustificava così la cecità ricorrente: “Non meritava una figlia”.

*E’ in libreria con “Sospensione” (Centauria)

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