Quei ragazzi in ascolto che vorrebbero sapere come si fa a districarsi nel mondo

Gli studenti delle superiori sono curiosi e forti, ma resi fragili e narcisi dalla fragilità degli adulti

9 Marzo 2018 alle 11:52

Quei ragazzi in ascolto che vorrebbero sapere come si fa a districarsi nel mondo

Foto LaPresse

Quando vado alle scuole secondarie, quelle che un tempo si chiamavano scuole superiori, incontro sempre una speciale “bellezza”. Non mi viene incontro come Afrodite, però appena la incontro subito mi commuove. Sono i ragazzi e le ragazze che hanno dai quattordici ai diciannove anni, i veri giovani, e con l’uscita del mio libro ho la fortuna di parlare con loro, di ascoltarli, di vedere i loro atteggiamenti, il loro abbigliamento. Sabato scorso, al Liceo Scientifico “A. Moro” di Reggio Emilia, mi ha colpito l’abbigliamento simile a quello che avevo io alla loro età quando andavo alle superiori: jeans a vita alta piuttosto aderenti, giubbotto bomber verde, scarpe da tennis e anfibi identici a quelli che mettevamo noi alla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo. Un ragazzo di prima superiore aveva pure gli adesivi dei Pearl Jam e dei Nirvana appiccicati sullo zainetto nero. Questi ragazzi e queste ragazze con le loro facce giovani ascoltano e fanno domande: “Cosa c’è di autobiografico in quel che scrivi?”, “Quanto tempo si impiega a scrivere un libro?”, “Cosa intendi per ambizione, cosa dovremmo fare noi?”.

   

Sì, perché a queste facce, alle loro teste, ho parlato di qualcosa a cui tengo molto: il Daimon di Platone, riconducibile a un destino già scritto che ci guida nelle scelte della vita, il Genius Loci ossia un genio del luogo che dovrebbe rappresentare un’atmosfera, l’identità dei territori. Mi trovo a fare vibrare parole importanti: vocazione, ambizione, forza, e le contestualizzo con le loro e le nostre piccole vite. Non so perché ma questi ragazzi e queste ragazze, dagli occhi così freschi, mi paiono fragili anche se sono già grandi e grossi e a volte bellissimi.

 

All’Istituto professionale “Leonardo da Vinci” di Mantova questi ragazzi bengalesi, maghrebini, italiani figli di lavoratori dipendenti e artigiani, e quelli del Liceo che una volenterosa professoressa ha detto appartenere a famiglie di professionisti, di lavoratori autonomi, quella che una volta si sarebbe detta la classe medio alta della città, tutti mi sembrano ragazzi in ascolto. Vorrebbero sapere come si fa a districarsi in un mondo complesso in cui si sono trovati catapultati senza capirne bene logiche e dinamiche. Mi sembrano tutti ragazzi e ragazze forti, indistruttibili, immortali, ma resi fragili dalla fragilità degli adulti.

 

Quando li coinvolgo hanno voglia di raccontarsi perché forse nessuno chiede sinceramente loro di parlare, o forse non sono a loro agio a parlare di sé perché la nostra collettività sta continuamente parlando sempre e solo di se stessa, concentrata a fotografarsi e a fotografare cappuccini e brioches da inserire su Instagram e su Snapchat mentre dà il buongiorno agli amici virtuali. Ma l’indovino Tiresia l’aveva detto alla madre di Narciso: “Tuo figlio vivrà finché non conoscerà se stesso, finché non vedrà la propria immagine riflessa”. Infatti, da quel che mi è parso di capire, a questi ragazzi noi stiamo proponendo la dittatura della superficie e Big Data, quando invece ambirebbero a conoscere Small Data reali. Sono spesso Narcisi a cui diamo beni materiali ma siamo ambigui quando cerchiamo di dare loro l’essenza, la libertà di una vocazione. Invece di nascondere gli specchi li abbiamo amplificati ovunque fino a diventare tutti quanti come Narciso: arroganti, solitari, imperscrutabili, anaffettivi.

 

Ma è troppo poco, e mi sono accorto che vorrebbero di più: uomini e donne risolti anche senza assecondare le proprie e altrui vanità. Spesso diamo loro il surrogato di quel che eravamo da giovani, e così rischiamo di avere ragazzi che si adeguano alla nostra visione limitata, ai nostri fallimenti umani, alle nostre miserie. “Questo suo linguaggio mimetico…” mi chiede un ragazzo, “Lei dice di aver scritto alcuni testi alla nostra età e poi li ha rivisti ora…”, eccoli qui i ragazzi con le loro bellissime domande, le inquietudini. In un Istituto agrario di paese i ragazzi mi parlavano di terra, serre, coltivazione di insalata e mais. Uno, divertito, inscenava una singolar tenzone con un compagno sfidandolo a chi dei due avrebbe avuto il trattore più potente una volta uscito da scuola.

 

I ragazzi dell’Istituto professionale ci tenevano a farmi sapere che volevano imparare un mestiere. In quei giorni, fuori dalla scuola, c’era stata una rissa ed erano intervenute le forze dell’ordine. I ragazzi erano dispiaciuti, insistevano nel dirmi che quell’episodio non si sarebbe più verificato. Al Liceo i ragazzi mi hanno detto che i libri li acquistano col bonus scuola. All’Agrario invece due ragazzi qualche mese prima avevano commesso un grave reato penale e ora sono detenuti. Gli studenti di quell’Istituto hanno voluto condividere con me la notizia così non me la sono sentita di parlare di me e abbiamo parlato dei loro desideri. Anzi me li sono fatti scrivere poi, uno a uno, li hanno letti ad alta voce.

 

L'ultimo romanzo di Davide Bregola è “La vita segreta dei mammut in Pianura Padana” (Avagliano)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi