Viva le streghe

La magnifica storia di Irina, raccontata da Ritanna Armeni. “Tutte donne, fino alla fine”

Viva le streghe

Foto di Evi|A|ivE via Flickr

Chi sono le donne che fanno la guerra, in che modo la fanno, che ruolo ritagliano per sé, di quale compito sono state investite oppure cosa le ha travolte, insomma: che posto ha avuto la metà del cielo su cui la narrazione bellica è stata a lungo insufficiente, lacunosa e parziale? Negli ultimi anni a queste domande è stata data un’importante risposta letteraria, basti pensare a Fuori fuoco di Chiara Carminati (Bompiani, premio Strega Ragazzi nel 2016) in cui l’autrice raccontava la vita delle donne mentre gli uomini erano al fronte durante la Prima guerra mondiale, o al recente Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli, già caso internazionale) basato sulla storia vera di un gruppo di donne costrette a mangiare il cibo destinato a Hitler per scongiurarne l’avvelenamento. Arriva in libreria anche Ritanna Armeni con un libro dal titolo significativo, Una donna può tutto (Ponte alle Grazie), che restituisce a noi lettori un altro tassello importante perché riferisce con passione le vicende delle cosiddette “Nachthexen”, le streghe della notte, ovvero le aviatrici sovietiche che nel 1941 ebbero un ruolo di primo piano nella battaglia contro il Terzo Reich. Non c’è marginalità in questa storia di guerra, c’è al contrario l’occupazione volontaria di una posizione strategica, decisiva e di comando, che il racconto maschile avrebbe voluto invece cancellare, minimizzandone l’importanza e la forza.

 

Ritanna Armeni non è nuova al restituire storie alla Storia sottraendole all’oblio: l’aveva già fatto con l’amore fra Inessa Armand e Lenin (Di questo amore non si deve sapere, uscito sempre per Ponte alle Grazie nel 2015) e ora torna ad attingere alla storia russa per raccontarci un’altra indimenticabile figura di donna: Irina Rakobolskaja, novantasei anni, vicecomandante del 588° reggimento. “Volevo conoscere una strega e – mi avevano detto – a Mosca ce n’erano ancora”, esordisce l’autrice, che non si ferma davanti ai “net” della direttrice del Museo della Grande guerra patriottica (così i russi chiamano la Seconda guerra mondiale), una donna importante che gestisce i contatti con le streghe superstiti, organizza conferenze e incontri e coordina un immenso patrimonio della memoria. “Net”, no e poi no, si sente rispondere Armeni, ma non si ferma, non demorde, e attraverso una miriade di telefonate, ricerche, insistenze, riesce a raggiungere Irina, considerata un’eroina nazionale, direttamente a casa sua, nel quartiere dove ha sede l’università moscovita. Inizia così un dialogo fra le due che si snoda lungo tutto il libro, fino alla morte della Rakobolskaja a settembre del duemilasedici. Le viene dedicato un necrologio sul Guardian firmato da Roger Markwick, lo storico che ha pubblicato il libro Soviet Woman on the Frontline in the Second World War, ma nel suo paese i grandi quotidiani la ignorano, i funerali si svolgono all’università, dove, dopo la guerra, ha insegnato Fisica diventando un’accademica prolifica e rispettata.

 

Eppure, un tempo, Irina è stata un’altra donna. Era così forte da far tremare un intero popolo, così audace da avere in mano le redini della Storia, così sicura di sé da attraversare la guerra con la sola forza della propria missione, così indipendente da costruirsi da sola il proprio destino. E anche quando, vicina ai cent’anni, accoglie Ritanna Armeni offrendole del tè e mostrando la propria collezione di cappelli di lana, confessando che ormai alla sua età le piacciono solo i dolci e i fiori, sorridendo fra sé del suo passato e dei suoi ricordi – anche allora non ha dubbi: “Hanno scritto che nel nostro reggimento c’erano anche uomini. Non è vero, eravamo tutte donne e siamo rimaste donne fino alla fine. Non date retta a chi dice il contrario”. E poi comincia a raccontare: il freddo e i velivoli, la paura e il coraggio, la sofferenza e le perdite, il patriottismo e il socialismo, i 23.000 voli e le 1.100 notti di combattimento. Ritanna Armeni trasforma la storia di Irina anche in una fiaba per la sua nipotina, Costanza, che le telefona per sapere come va a finire, se il cattivo re Adolfo è stato sconfitto, se le streghe che andavano su e giù nel cielo con le bombe facendo più paura degli uomini in terra con i cannoni, se quelle streghe invisibili e misteriose abbiano infine vinto la loro battaglia. Una battaglia che coincideva con la guerra, certo, ma anche con un messaggio più alto e profondo: dare al loro paese, e al mondo intero, la certezza che le donne possono tutto, persino un’emancipazione oltre ogni limite, una parità in apparenza impossibile. E’ una favola crudele ma anche magnifica e coraggiosa, come tutte le favole che si rispettino, e Ritanna Armeni la racconta con parole così avvincenti che non possiamo fare altro che metterci in ascolto, come Costanza al telefono, come lei stessa accoccolata sulla poltrona di Irina.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi