Non siamo disertori. Storia di una madre in Corea

Lo strazio di Kim, che non può tornare al nord dalla figlia, e il silenzio delle fuggitive

23 Dicembre 2017 alle 06:00

Non siamo disertori. Storia di una madre in Corea

Una manifestazione a Pyongyang celebra i progressi del programma nucleare coreano. Foto LaPresse/Reuters

Kim Ryon-hui faceva la sarta a Pyongyang. Nel 2011 è andata in Cina per curarsi, e ha deciso di andare in Corea del sud e guadagnare un po’ di soldi. Non sapeva che una volta messo piede a Seul non sarebbe mai potuta tornare indietro. Qualche settimana fa è andata all’Onu, dal relatore speciale per i diritti umani Tomas Ojea Quintana, a chiedere giustizia: voglio tornare indietro, voglio tornare in Corea del nord dalla mia famiglia, da mio marito e da mia figlia, fatemi tornare indietro. Per la legge sulla Sicurezza nazionale coreana non può farlo. Kwon Chol-nam, scappato dal Nord nel 2014, chiede da anni di poter tornare a casa, perché in Corea del sud viene “trattato come un animale”. Kim, Kwon, fanno parte di una piccola percentuale rispetto alle oltre trentamila persone che dal 1953 in poi sono fuggite dal regime. Ma di loro si parla poco, per pudore e perché non sarebbe utile alla propaganda nordcoreana. E pochissimo si parla di quelle donne, madri, figlie, che affrontano il passato in un paese lontanissimo dal loro, e non possono tornare.

  

La prima volta che ho incontrato Shin Dong-hyuk, uno dei più famosi disertori, o meglio defector, nordcoreani, era stata appena messa in discussione la credibilità delle sue parole. Vari esperti di affari asiatici avevano dimostrato che alcuni fondamentali dettagli del suo bestseller Fuga dal Campo 14 (in Italia tradotto da Codice) erano falsi. Lui stesso, in un post su Facebook, aveva ammesso di aver usato le bugie per “proteggersi”. Quel giorno ero arrivata all’intervista con molti dubbi: perché mentire su storie così gravi e orribili, mi domandavo, tanto più che le sue dichiarazioni sono alla base del processo intentato dall’Onu contro la Corea del nord per violazione dei diritti umani. Mentre aspettava che l’interprete gli traducesse le mie parole, Shin teneva gli occhi fissi sull’iPhone, andava su e giù su Twitter, aveva addosso la noia di chi è costretto a ripetere sempre la stessa storia. Era piuttosto il suo corpo a parlare, deformato da qualcosa che ricorda la fame, la tortura, le botte. Ma alla domanda cruciale – perché hai mentito? – il suo sguardo non ha tradito alcun sentimento.

  

In media ogni anno un migliaio di persone scappa dalla Corea del nord. Più del settanta per cento sono donne, la maggior parte tra i venti e i trent’anni. Gli uomini hanno un lavoro dove devono presentarsi ogni mattina, ma chi si occupa della casa non è così controllato. Quello dei defector è soprattutto un problema femminile, donne che nel passaggio tra il Nord e il Sud sono costrette a lunghi viaggi pericolosi. A differenza di molti, Shin Dong-hyuk è un defector professionista, vive parlando della sua vita, e sembra ormai un altro da sé. Ma i sentimenti, i legami, sono un pezzo importante di questa storia. Shin aveva un’aria gelida quando mi ha parlato del suo matrimonio, da uomo libero, qualche anno fa. Perché così funziona in Corea del nord. E’ una cosa che ho sentito dire da quasi tutti i nordcoreani che ho incontrato: lo stato orwelliano costruito dai Kim prevede che ogni individuo sia responsabile dei suoi vicini, dei suoi fratelli, della sua famiglia. Anni di stato di polizia, di denunce pretestuose, di intere famiglie finite nei campi di lavoro hanno portato a uno svilimento dei rapporti umani, sempre più difficili e vuoti.

  

Poi un giorno a Seul ho incontrato un coro di profughe nordcoreane. Erano tutte vestite di rosa. C’era chi era scappata da decenni, chi da pochi anni. Una di loro aveva cicatrici su tutto il corpo, e non andava a tempo, e all’ennesimo errore la sua vicina, molto più giovane, le ha preso la mano, e insieme hanno sorriso. Non ho mai visto tanti sentimenti messi insieme in un solo gesto, e tante persone commuoversi.

  

Da tempo si discute dell’uso strategico dei fuoriusciti nordcoreani per la propaganda. E’ difficile anche solo dargli una definizione: sono migranti economici? Sono rifugiati politici? Per comodità la comunità internazionale li chiama defector, disertori, una parola che però ha un’accezione negativa: sono disertori per la Corea del nord, non per gli altri. Quando un nordcoreano riesce a oltrepassare il confine, a sopravvivere ai trafficanti di uomini cinesi, poi viene rimpatriato in Corea del sud. E “rimpatriato” è il termine esatto, perché Seul non riconosce l’autorità di Pyongyang, e quindi i cittadini nordcoreani possono avere automaticamente il passaporto sudcoreano. Ma è impossibile avvicinare un nordcoreano appena fuggito: prima del reinserimento nella società del Sud, avviene una specie di riabilitazione nell’hanawon, una “scuola” messa a disposizione dal governo di Seul per insegnare ai fratelli del Nord a vivere in un paese super industrializzato. Il passaggio nell’hanawon dura una quarantina di giorni (una quarantena, sì), e lì avvengono i controinterrogatori. I servizi segreti spolpano di informazioni i fuggitivi, vogliono sapere se sono spie, vogliono sapere che cosa facevano, che cosa sanno. Appena uscito da lì per un disertore si aprono due strade: entrare a far parte della società sudcoreana, aiutati per qualche anno dal welfare, e restare comunque un cittadino di serie B, perché considerato fisicamente, ma soprattutto psicologicamente inadatto. Oppure diventare attivista, scrivere libri, calcare la mano sull’orrore, fare infotainment – come quello del programma di Channel 4, “Now On My Way to Meet You”, dove nordcoreane parlano della vita trascorsa al Nord e fanno intrattenimento e tv verità. Ma la verità, appunto, è ogni volta diversa. Eppure è lo stesso paese, la stessa penisola.

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