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Telemaco in me

I nostri padri non ci hanno abbandonato, hanno soltanto cambiato forma e colore

8 Dicembre 2017 alle 14:38

Telemaco in me

"La tristezza di Telemaco" (1783) di Angelika Kauffmann

Per una donna cresciuta in una famiglia matriarcale è difficile guardare alla figura paterna senza cedere alla tentazione non dico di ignorarla, ma quantomeno di osservarla con distacco, da lontano, come fosse una presenza aliena. Eppure, prima che arrivassi io, l’autorità del pater familias mia madre l’aveva conosciuta, o forse dovrei parlare dell’autorevolezza di un padre che, nonostante fosse nato e cresciuto in piena epoca fascista, riuscì a barcamenarsi tra la concessione di libertà e l’imposizione del dovere. A pensarci bene è stato proprio lui, il nonno materno, a diventare uno dei miei punti di riferimento emotivi e umani. Senza obblighi, senza urgenze, senza controlli. Bastavano la sua presenza, il suo sguardo penetrante, i gesti precisi e limpidi a ristabilire il mio ordine interiore. L’ordine, sì, quello a cui si pensa quando si fa riferimento al Padre, un senso di compiutezza che rassicura e allo stesso tempo costringe – forse solo un po’. Ma da quanto abbiamo perso le tracce di questo equilibrio? Da quanto, noi figli, continuiamo a guardare oltre la linea del mare, in lontananza, aspettando che Ulisse torni vincitore, con la sua flotta e lo scudo? Da tempo non avvertiamo più la necessità di uccidere il padre, come fece Edipo: non è più un rivale ma solo un testimone della sua e della nostra vita che cambia. Che è già cambiata. E’ finito il tempo del padre-padrone, non ne abbiamo nostalgia, perfino l’eredità di questa “furia” paterna ha perso la potenza simbolica; cosa ne resta dopo il suo tramonto? Non ci sono cocci da riassemblare, né tantomeno ci lasciamo cogliere dalla malinconia del “padre divino”, eppure, proprio come dei moderni Telemaco, ogni tanto ci accorgiamo di essere ancora affetti dalla malattia del padre-eroe, pronto a salvarci e a guardarci le spalle.

 

Nella sua dimensione fiabesca, in cui realtà e fantasia si mescolano in un tripudio di armonie letterarie, Elsa Morante con L’isola di Arturo, già nel 1957, ci aveva raccontato la vita di due uomini così vicini e così distanti, tanto diversi quanto simili, un padre e un figlio a cui il destino aveva sottratto l’amore femminile e materno. Arturo, poco più che bambino, guarda al padre Wilhelm con occhi di ammirazione e timore, non c’è sintomo di incertezza in quell’uomo grande e coraggioso, che si assenta da Procida per lunghi periodi in viaggio verso rotte sconosciute, selvagge, forse anche esotiche. Eccolo il dio, in carne ed ossa, figlio del mare e della terra isolana. Arturo non può immaginare cosa si nasconda dietro a quel corpo atletico e possente, dietro a quella maschera di durezza e di grande carisma. Semplicemente un essere umano, con le sue fragilità e le sue debolezze, un padre che ama un altro uomo, più giovane di lui, al quale dedica un canto d’amore rivolgendosi a una delle finestre del Penitenziario di Procida. E’ così che non solo Arturo, ma anche noi scopriamo l’altra faccia della medaglia, mentre ci affacciamo sul dirupo e guardiamo giù, con gli occhi che annaspano nel buio fin quando non si abituano all’oscurità.

 

Continuo a guardarmi intorno, assisto all’eclissi del padre e alla nascita, forse, di un nuovo Figlio, lontano dall’orizzonte patriarcale e che, adagio, si muove con circospezione alla ricerca di una dimensione privata. E’ quello che in fondo accade a Nicola, il bambino protagonista del romanzo di Enrico Macioci, Lettera d’amore allo yeti (Mondadori), costretto a fare i conti con la morte improvvisa e prematura della madre e con ciò che resta della sua famiglia: Riccardo, un padre disperato, incompleto, testimone di una sconfitta da cui, con il tempo, riuscirà a riemergere.

 

Il papà, oggi, è anche figlio, non è più soltanto una guida – sicuramente non è più un modello obbligato, semmai un esempio da cui, volendo, attingere – ma anche un uomo da salvare. Come accade sempre più spesso, alla perdita dell’elemento femminile si affianca il disagio di un padre che non sa come riuscire a sopravvivere, mentre il figlio si vede costretto a fronteggiare non uno, ma due dolori. Anchise, oggi, non ha più le sembianze di un vecchio sulle spalle del figlio, ma quelle di un giovane padre che si appoggia a un ancora giovanissimo Enea; non è una questione di ruoli, ma di azioni.

 

I nostri padri non ci hanno abbandonato, hanno solo cambiato forma e colore, così come noi figli stiamo imparando a proseguire il cammino senza gli eroi invincibili e leggendari che ci avevano affiancato fino a poco tempo fa. Non è il padre a morire, è il figlio che si ritrova in una solitudine non voluta, non cercata. Siamo nell’epoca di Telemaco: anch’io come gli altri osservo il mare aspettando che qualcosa del padre torni da me. Non è un’attesa paralizzante, mi muovo conquistando un avvenire da condividere con lui, se e quando tornerà.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    10 Dicembre 2017 - 08:08

    Telemaco starà sempre li ad aspettare. Il mare è grande e grande è l’attesa. I padri cambiano perché tutto cambia e Telemaco non ci può fare niente. Lui aspetta sempre e comunque, ed è giusto che sia così perché quel giusto è dentro di lui. Un padre, il padre lo aspetti sempre anche quando lo hai di fronte, quando ti parla e no lo capisci, quando c’è ma non c’è o c’è e tu lo rifiuti e poi ti penti. Il mondo cambia ma il mito rimane, un mito si fa par dire perché è una realtà che abbiamo cucita addosso e ci va bene così. Guai a cancellarlo o a farcelo cancellare. La revisione del padre è solo nuova ricerca mai negazione.

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