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Ho portato quattro bambini a vedere Wonder, e quanto ho pianto

Risate, lacrime, pop corn e anche l’elogio della rissa. Quando i cazzotti hanno ragione

23 Dicembre 2017 alle 06:00

Ho portato quattro bambini a vedere Wonder, e quanto ho pianto

Una scena del film Wonder

Quando ho deciso di portare i bambini al cinema, come faccio ogni primo giorno della mia nuova vita, l’ho ripetuto molte volte nelle ore precedenti, perché fosse chiaro al mondo e a me stessa che stavo per dedicare il mio sabato a loro, e ai loro due amici. Che cosa fai domani? Oh, porto i miei figli e i loro amici al cinema, dicevo alzando appena un po’ la voce, sì è vero, è il mio unico giorno libero, ho mille cose da fare, fuori fa freddo e ci sono cento film per adulti che vorrei tanto vedere, ma non tutta la vita è perduta, pensavo, e desidero essere ricordata anche per qualcosa di buono: a letto tardi la sera, il cinema la mattina, i pop corn, le sorprese. Quando mia figlia si chiuderà in una stanza con le sue amiche e dirà che sua madre le sta addosso perché è molto frustrata, e che è colpa mia se lei ha le lentiggini, busserò alla porta e le sventolerò tutti i biglietti del cinema che ho conservato in una scatola, le dirò: se sai che cosa significa la parola frustrata è solo perché io ti ho portato molto spesso al cinema in questi anni. E allora avrò le sue amiche dalla mia parte. Le urlavo di sbrigarsi a trovare le scarpe, fantasticando sui futuri conflitti in cui far pesare questo sabato mattina ventoso e gelido in cui siamo corsi verso una sala piena di sacchetti di pop corn e genitori non meno narcisisti di me, a vedere Wonder: io avevo letto il libro e i bambini no, quindi mi facevano domande a raffica, tipo: ma è una maschera? ma è proprio il suo cane? ma muore? ma guarisce? No, Wonder non muore, ma io in quelle due ore senza fazzoletti ho usato la sciarpa per asciugare fiume di lacrime. Di commozione, tenerezza, spavento, Natale, preoccupazione, aspettative, famiglia, sorella, mamma, scuola, amici.

  

E ho esultato per le cose sbagliate, cioè quando a scuola c’è una rissa, e anche quando August tira un cazzotto a un bambino di terza media “grande come una montagna”. Ho scoperto che mio figlio di otto anni spera tantissimo di poter fare una rissa il più presto possibile, anzi forse è il suo desiderio per Natale: caro Babbo Natale, fammi tirare un cazzotto a uno di terza media. Ma in un film di Natale con Julia Roberts in cui il protagonista ha una deformazione facciale e va per la prima volta a scuola, alle medie, e certi bambini lo chiamano “mostro”, non possono esserci risse sbagliate.

  

La storia di Wonder è il caso letterario degli ultimi anni (in Italia pubblicato da Giunti): diario di un bambino venuto al mondo con una sindrome che lascia il corpo intatto e deforma la faccia, diario della sua famiglia alle prese con la vita non conforme, diario del mondo salvato dai ragazzini che gli diventano amici. “Non puoi nasconderti se sei nato per emergere”, sono le parole che gli sussurra all’orecchio sua sorella maggiore Olivia, il primo giorno di scuola mentre Wonder, cioè August, cioè Auggie, ha paura di superare il cancello e non vuole togliersi il casco da astronauta che porta sempre per uscire di casa, per non spaventare gli altri con la sua faccia. Un bambino per il quale la festa preferita è Halloween, perché può travestirsi ed essere finalmente uguale a tutti, essere amico degli altri ragazzini zombie o Dart Fener. Un bambino che la sera del primo giorno di scuola urla piangendo a sua madre: “Perché sono così brutto?”. “Odio il modo in cui mangio. So quanto può sembrare strano. Da piccolo ho avuto un’operazione per sistemare la palatoschisi e poi una seconda quando avevo quattro anni, ma ho ancora un buco nel palato. E anche se qualche anno fa ho fatto un intervento di allineamento della mascella, devo masticare il cibo con i denti anteriori. Non mi ero nemmeno reso bene conto di che effetto facesse, finché un giorno non mi sono ritrovato a una festa di compleanno, e uno dei bambini ha detto alla mamma del festeggiato che non voleva sedersi vicino a me, perché ero troppo sporco con tutte quelle briciole di cibo che mi schizzavano fuori della bocca”. Wonder alla mensa scolastica mangia da solo, questa è stata la prima cosa che mi ha commosso. Anzi la seconda, la prima è stata la faccia di sua madre quando lo guarda andare verso il portone della scuola. Quanto è difficile combattere una guerra ogni giorno, e sapere che ogni giorno ci sarà una sconfitta, uno sguardo spaventato, orripilato, una frase crudele oppure compassionevole, una rinuncia, e la paura costante per il dopo. Però ci sono anche le vittorie, e sono esaltanti: Jack che va a giocare a casa di Wonder, Summer che si siede di fronte a lui alla mensa, la gita scolastica tutti insieme, gli altri bambini che dicono “Ciao Oggie ci vediamo domani”. Guardavo il film, seduta accanto a quattro bambini incantati con gli occhi lucidi e la bocca piena di pop corn, patatine e caramelle, e l’entusiasmo e le risate mostravano che il loro mondo è ancora totalmente aperto, possibile, disponibile, e sta a noi non lasciare che quella porta si chiuda. Per loro Auggie era già un amico, un eroe, uno con cui fare le vacanze, uno per cui fare a botte. Voi fareste una rissa per difendere un vostro amico?, ho chiesto all’uscita, e loro quattro hanno urlato: ma certo, per forza!, e si sono messi a tirare pugni all’aria. Ho detto che però le risse non vanno fatte mai, dovevo dirlo, ero obbligata, era anche uno dei primi giorni della mia nuova vita in cui decido che farò e dirò solo le cose giuste, ma era evidente che mentivo. La madre di Auggie gli dice: “Se qualcuno si comporta in modo piccolo con te, tocca a te essere grande anche per lui”. Ha ragione, e tutto il film racconta la grande avventura della gentilezza, dell’essere grandi tenendosi stretti, la capacità di ridere insieme di quello che non è proprio perfetto e di quello che ci tormenta. Ma mio figlio mi ha detto: mamma, se qualcuno ti tormenta, a te ti difendo io. E come mi difendi? Con i calci, con i pugni, e con i miei amici.

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