Foto Scanpix/Lapresse

Il video dei bambini uccisi dal gas in Siria e il nostro inutile, lussuoso senso del pudore

Annalena Benini

Non c'è riparazione ma dobbiamo vedere tutto. Se la realtà dei bambini gasati è un ricatto emotivo, è il ricatto emotivo assoluto, l’unico che può farci andare avanti come esseri umani

Caro Adriano, ho ricevuto la tua Piccola Posta ieri e ho toccato l’abisso di cui mi hai parlato. Tu mi hai scritto sul Foglio che “fra l’intelligenza, lo sdegno e la commozione che prendono chi abbia letto gli articoli, guardato i video e le foto e ascoltato i commenti sul bombardamento chimico di Khan Sheykhun, e l’intelligenza lo sdegno e la commozione di chi abbia visto una sola delle fotografie della distesa di cadaveri di bambini gasati, ci sia un abisso”. Io avevo letto tutto e non avevo guardato niente, perché in ogni figlio vedo mio figlio, in ogni bambino vedo l’umanità intera. Credo che sia questo: ogni bambino è l’umanità intera. E gasare i bambini è gasare l’umanità, non è l’uomo che combatte l’uomo ma è l’uomo che distrugge l’umanità: la fine del mondo, l’impossibilità di una riparazione. Ogni volta, quindi, è una nuova fine del mondo. Ogni volta, quella frase di Dostoevskij a cui non importa niente della verità, dell’armonia superiore, della conoscenza: a che cosa serve conoscere il bene e il male davanti alle lacrime di un bambino? Ivan, ne “I fratelli Karamazov”, restituiva all’esistenza e a Dio il suo biglietto d’entrata, perché quel dolore era troppo insopportabile; tu, mi scrivi, ci hai molto pensato per tutta la vita e dici che quelle foto dei bambini siriani uno accanto all’altro, “come i cadaveri non smaltiti in un forno”, bisogna vederle e mostrarle. E oggi hai mandato una di quelle foto, che è qui sotto e non sembra nemmeno una foto, ma il dipinto della fine del mondo. Con il rispetto per lo scandalo che possono dare ai fanciulli, hai scritto, ma noi quelle foto dobbiamo guardarle, farle guardare.

 

Io che ho lo strazio di guardare ma alla fine guardo sempre, ho chiesto a Daniele Raineri, che tu leggi e conosci, di farmi vedere tutto, e anche di scrivere tutto. Raineri non vuole mai scrivere di bambini: le cose che ha visto e che vede se le porta dentro e mercoledì scorso abbiamo discusso a lungo: io che chiedevo e lui che non voleva. Non voleva essere facile, non voleva far commuovere per un’ora o due, a me sembra che non voglia tradire l’enormità del dolore che vede e dentro cui si è completamente infilato, dandogli la forma di un articolo di giornale. Per lui che ha visto quei bambini giocare nei vicoli, spuntare accanto all’automobile, scappare via ridendo, chiedere una foto e fare il segno della vittoria, e poi ha saputo del raid sopra quella stessa scuola elementare, durante le ore di lezione, le parole hanno sempre il rischio di una retorica, lui dice che deve bastare la realtà, e la realtà eccola, guarda, mi ha detto, e così ho guardato il video dei bambini distesi. Ecco l’abisso. Uno accanto all’altro, con qualche coperta addosso, le braccia distese, gli occhi aperti. Una bambina aveva ancora lo sguardo spalancato, altri sembravano i miei figli quando crollano dal sonno ma non vogliono ancora chiudere gli occhi, tutti avevano un colore come la cera, con addosso le magliette della scuola, le bambine con la coda di cavallo, le bocche semiaperte perché abbandonate dai polmoni: loro respiravano senza più respirare, ingurgitavano aria che non serviva più a niente. C’era la mano di un adulto, dentro quel video, una mano che muoveva i volti e le braccia di questi bambini resi inerti, girava con furia la faccia per mostrare meglio chi sono, di chi sono figli, che cosa gli hanno fatto. E quei movimenti hanno mostrato che i bambini non erano di cera, ma morbidi, di carne, con i pensieri ancora impigliati in quelle ciglia lunghe, con il sole in faccia, c’era più che la stanchezza, su quelle facce, un’incredulità come la paura, e nessuno che guarderà quel video potrà mai dire: sembra che dormano.

 

Non dormono, sono morti atrocemente, li hanno uccisi con il gas, li hanno soffocati, e si vede il dolore, il terrore, la resa. Era già successo, continua a succedere. Un padre ha creduto di avere salvato i suoi due figli, e invece il gas è entrato nei polmoni, e dopo un’ora i due bambini, che sembravano stare bene, sono morti soffocati, con le convulsioni. Questo è ciò che succede, e hai ragione tu, Adriano, quando dici che il pudore e la premura con cui noi trattiamo materie come queste, immagini come queste, sono “un altro dei lussi ipocriti che ci permettiamo, fino a che potremo ancora permettercelo”. Così tra molti anni i ragazzini guarderanno le foto di questi giorni come guardano, quando gli capita, le cataste di cadaveri nelle fosse di Auschwitz. E noi intanto diciamo che non le guardiamo per pudore, o addirittura per paura del ricatto emotivo, e perché troppe immagini provocano assuefazione anche al male. Se la realtà dei bambini gasati è un ricatto emotivo, io credo che sia il ricatto emotivo assoluto, l’unico che può farci andare avanti come esseri umani, e a quel ricatto cedo totalmente, di schianto. Se il corpo di un bambino morto, in riva al mare a Bodrum o in Siria con la bocca aperta a cercare aria, provocasse assuefazione, significherebbe che non solo non c’è riparazione, ma non c’è speranza per l’umanità. Quanto al pudore, noi adulti non ce lo meritiamo. Voglio sapere tutto, voglio vedere tutto.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.