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Le ali di Livio Berruti

Compie ottanta anni il campione olimpico sui 200 metri a Roma 1960

19 Maggio 2019 alle 06:00

Le ali di Livio Berruti

foto LaPresse

Temperatura 24,5 gradi, umidità 69,9 per cento, pressione 762,7. Corsia numero 5. Dorsale numero 596. Maglia azzurra. Davanti, 200 metri. Dietro, i suoi 21 anni e un centinaio di giorni. Accanto, cinque colleghi, avversari, rivali, sfidanti, campioni. Intorno, a occhio, 80 mila spettatori e, in tv, il pianeta. Roma, Stadio Olimpico, finale dei 200 metri. Pronti-via: 57 passi per uscire dalla curva, altri 35 per arrivare al filo di lana, totale 20”5, record del mondo uguagliato. Primo. Campione olimpico. E da quel 3 settembre 1960, ore 18, non c’è stato giorno in cui Livio Berruti non sia stato, e forse non si sia sentito, un uomo alato. L’uomo alato compie, domani, 80 anni. Da vecchio velocista, può finalmente ricordare con la dovuta lentezza. I primi sprint dietro i gatti: “Li spingevo in un vicolo cieco e cercavo di prenderli. Senza riuscirci”. E poi gli sprint sul greto dei torrenti (“A Stroppiana, nel Vercellese, zampettando fra un sasso e l’altro”) o all’oratorio (“Una discesa, velocissima, poi mi fermavo, scoppiato”). Gli sprint che faceva giocando a calcio e a tennis, pattinando sulle rotelle o sul ghiaccio, pedalando, perfino camminando in montagna (“Magro come un chiodo, miope fino a quattro diottrie e mezzo, pochi soldi in tasca e neanche l’idea di poter guadagnare con lo sport”). Tant’è che cominciò per caso: “A scuola, nel 1955. ‘Con quel fisico lì, devi fare salto in alto e in lungo’, mi dissero al liceo Cavour, a Torino. Un giorno, siccome mancava l’insegnante, ci unirono a un’altra classe, c’era il più veloce della scuola, allestirono una sfida nel cortile, vinsi con disinvoltura”.

 

Disinvoltura ed eleganza lo accompagnarono sempre. Lo sosteneva Gianni Brera: “L’apparizione di Berruti fu angelica e folgorante insieme. Un ragazzino costretto da qualche iddio a compiere gesti di superiore coordinazione, dunque di naturale eleganza”. Lo ammette lui stesso: “Avevo paura di perdere e fare brutte figure, anche verso di me. Mi piaceva rispettare i canoni agonistici ed estetici, far vedere qualcosa di bello. Quando ci riuscivo, mi sentivo a posto con la coscienza. Forse ero egoista”. Era istintivo, naturale, puro. “Mi allenavo due volte la settimana se domenica c’era la gara. Altrimenti tre volte. Un po’ per pigrizia, mia, un po’ per paura, dell’allenatore. Erano allenamenti tragicomici: 10-20 minuti intorno alla pista, piano, poi sei-sette allunghi di 80 metri, due volte i 150, doccia e via. L’importante era non stancarsi. Resistenza, zero. Pesi, neanche a parlarne. Il giorno della gara non facevo riscaldamento, arrivavo in pista 20 minuti dopo gli altri, poi li battevo”.

 

Altri tempi, altre categorie. Il suo “alter ego” era Sergio Ottolina, lombardo dall’insostenibile leggerezza dell’essere: “Un giorno, a Formia, nel mio letto, notai un rigonfiamento. C’erano due teschi e ossa incrociate. Ottolina li aveva presi in un cimitero, lavati accuratamente e sistemati sotto le lenzuola. Feci finta di niente e non gli detti alcuna soddisfazione”. La sua passione erano le macchine: “Premio olimpico fu una Fiat 500, nemmeno ritirata, pagai la differenza e presi una 1100, che girai a mio padre. Poi con le 800 mila lire della vittoria e le 400 mila del record del mondo, più altre 600 mila di tasca mia, comprai la Giulietta sprint. Costava 2 milioni, ma l’Alfa mi fece lo sconto del 10 per cento. Che affare, pensai. Un mese dopo l’Alfa ridusse i prezzi, immaginarsi, del 10 per cento”. La sua attività, fino a poco fa, era andare nelle scuole e descrivere, raccontare, spiegare: “Un bambino di 11 anni mi domandò: ‘Scusi, ma a che età ci si dopa?’. Quel giorno rimasi senza parole”.

Marco Pastonesi

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