GRANMILANO

Domani in Duomo il Requiem della Scala. La nota giusta per ripartire, subito.

Fabiana Giacomotti

I circa settecento biglietti gratuiti, previa prenotazione, sono andati esauriti in pochi minuti

Nel 2008, dieci anni prima di entrare nella Fondazione del Teatro alla Scala come membro del consiglio di amministrazione, indicato dalla Regione Lombardia allora sugli scudi, Philippe Daverio aveva interpretato il Njegus nella “Vedova Allegra” di Franz Léhar. L’aveva voluto Pier Luigi Pizzi perché infondesse il suo humor raffinato in un ruolo recitante che rischia sempre di scivolare nella pedanteria o nella macchietta. Daverio era stato sublime, una recita dopo l’altra, e dunque era con molta tristezza che ieri pomeriggio si accennava alla sua morte nel contenutissimo parterre della presentazione delle attività delle prossime settimane, che includono l’esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi in Duomo, domani sera.

  

I circa settecento biglietti gratuiti, previa prenotazione, sono andati esauriti in pochi minuti, come osservava il sovrintendente Dominique Meyer che ha ammesso di scoprire ogni giorno di più il rapporto unico che intercorre fra la città e il suo teatro di riferimento. Prova ne è che sia lui sia il direttore musicale, Riccardo Chailly, parlano della ripresa degli spettacoli con il tono che userebbe un politico di lungo corso e miracolosamente libero dal problema del consenso che sta schiacciando la politica nazionale attorno a dichiarazioni di rimessa, fin troppo interlocutorie. La Scala non intende aspettare un minuto di più, anche se Chailly sa bene che il distanziamento dell’orchestra, che in teatro ha comportato perfino una variazione al palcoscenico, trasforma le prove in un’esperienza difficilissima e per certi versi surreale. Fare musica senza poter ascoltare il suono prodotto dal collega accanto rende la creazione del “suono collettivo e corale” un obiettivo impervio. Eppure. “Dobbiamo superare la paura”, dice Meyer, conscio che “il Requiem rappresenta la ripartenza che la città desidera”, mentre Chailly sottolinea il valore simbolico del “Libera me, domine”, che ha tradotto “personalmente”, perché nessuno ne perda una parola: la comprensione delle genti, un tema che ricorre dai tempi di Lutero ma che evidentemente è attuale anche in anni social (forse di più), così come i simboli “di cui abbiamo molto bisogno”.

 

E il programma della Scala da oggi a fine ottobre accorpa più simboli della facciata della cattedrale di Chartres. Ecco la composizione che Verdi dedicò nel 1874 alla scomparsa di Alessandro Manzoni, su una prima stesura della sola parte introduttiva, il “Libera me” appunto, per una composizione collettiva in onore di Gioachino Rossini che non venne mai eseguita: domani in Duomo e successivamente, con la Filarmonica a ranghi ridotti, a Bergamo e a Brescia (il 7 e il 9 settembre). Ecco la Nona di Beethoven con i suoi movimenti che si fanno via via più lieti e speranzosi (prima esecuzione dedicata agli operatori sanitari lombardi) ed ecco ancora la Filarmonica nuovamente in Duomo, ma sul sagrato, con l’esecuzione di tutte le ouverture più celebri, da “Don Pasquale” a “Norma” a “Manon Lescaut”, e ancora “Aida” in forma di concerto, a ottobre, con un gran cast (Saioa Hernandez e Anita Rachvelishvili on top) e soprattutto con la già annunciata versione riscoperta dell’attacco del terzo atto, gran successo archivistico di Anselm Gerhard.

  

Orchestra con mascherine alle prove, senza durante l’esecuzione (abbiamo già visto che la cosa funziona anche alle Settimane musicali di Stresa, aperte da Beatrice Rana e dalla European Youth Orchestra una ventina di giorni fa: Gianandrea Noseda a debita distanza dai primi violini, grandi cenni di intesa). I cantanti, lontani da Chailly di oltre un metro e di spalle, vedranno l’attacco in video. Il direttore musicale del Piermarini è angosciatissimo all’idea del “Dies irae” da provare a bocca fasciata, ma dice che di questi tempi la flessibilità è la dote più ricercata. Mandare a mente.

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