Philippe Daverio, l'intelligenza come eleganza di un'altra Milano che sapeva condividere

Paola Bulbarelli

Cosmopolita, autodidatta, esempio singolare di come la televisione possa parlare di storia dell’arte a un pubblico trasversale, divertendolo. E divulgare senza rinunciare alla ricercatezza

Gli occhiali tondi inconfondibili. I papillon colorati, le giacche in velluto sgargianti, i pantaloni tartan portati con una disinvoltura disarmante. E poi i mantelli, larghi, lunghi, a ruota, portato quasi antropologico della sua origine alsaziana-tedesca. Philippe Daverio era un personaggio unico, perché uno fra i non molti a saper distinguere l’estetica dall’apparire. Prima lo vedevi comparire con quelle mise. E poi lo ascoltavi e t’incantava. E la sua voce e i suoi racconti, il suo racconto continuo, che non si interrompeva mai cambiando di oggetto o di argomento, sono il vuoto enorme che lascia in chi aveva la fortuna di averlo come amico, di lavorarci, e anche nel pubblico più vasto (televisivo) che scrive messaggi per una volta unanimi: “Grazie di cuore, ha di certo salvato molte anime”, “grazie infinite dell’amore per l’arte che mi hai trasmesso”. Perché la sua carriera da divulgatore – una delle sue tante vite – a cominciare da “Passepartout”, mandato in onda per oltre un decennio su Rai 3 – è un esempio singolare di come la televisione possa parlare di storia dell’arte a un pubblico trasversale divertendo, e divulgare senza rinunciare alla ricercatezza. Perché per Daverio divulgare non era un abbassare la qualità, era semplicemente la chiarezza di esporre, in un mondo di intellò tenebrosi da cui volutamente stava lontano. Un’impresa continuata su Rai 5 con “Emporio Daverio”. “Noi conosciamo quattro o cinque nomi , anche diciotto, ma ciò che fa il tessuto dell'arte è molto vasto”, diceva.

      

Nato in Francia a Mulhouse, ma proprio sul confine tedesco, aveva assorbito una cultura mitteleuropea. Cosmopolita, prodigioso autodidatta (alla Bocconi disse addio, alla laurea non pensava), apre una galleria d’arte nel 1975 in via Montenapoleone e un’altra a New York undici anni dopo. Scrive, organizza mostre, diventa docente universitario di design. Ma non è stata solo arte, per Milano, la vita di questo straordinario, entusiasta milanese. Cittadino di una Milano diversa, lontano dalla “gente nova” ma che non disprezzava le novità e i cambiamenti.

 

Nel 1993 entra come assessore alla Cultura a Milano nella giunta Formentini. “E’ la Lega ad aver sposato idee daveriane”, sosteneva. Diceva la sua ma non si occupava di politica: fu una carriera significativa e breve. Sempre controcorrente, ma con la raffinatezza di chi conosce i segni. Quando i milanesi imbelliti protestavano contro le palme e i banani messi in piazza Duomo, li prese in contropiede: “E’ un’idea che mi piace molto, soprattutto perché la banana è il simbolo della Repubblica attuale”. Ma “i palmeti c’erano già nel XIX secolo. C’erano anche nei giardini lacustri. Forse i banani non resisteranno al freddo, peccato. Non è un’africanizzazione di Milano, come è stato detto, io trovo invece che quest’idea sia fantasiosa, in linea con la storia”.

 

Ultima nomina, quella di Regione Lombardia che lo aveva voluto quale suo rappresentante nel cda della Fondazione Teatro alla Scala. “Era generoso, speciale– racconta Lella Curiel, amica di una vita – Raccontava non da professore, sempre con arguzia. Era un divertissement. Aveva il potere di trascinarti, sempre con grande umiltà. Educazione superlativa, savoir fare, charme, non diceva mai una parola in più o in meno. Non ci si può dimenticare di Elena, la moglie, donna straordinaria, sempre un passo indietro, sempre molto presente, che gli organizzava la vita, di grande intelligenza e cultura anche lei. Molto femminile, attraente nel senso universale della parola”. Mancherà davvero a tutti. E’ morto ieri, a 70 anni. Oggi camera ardente dalle 9,30 alle 18,30 alla Pinacoteca di Brera, sala della Passione.

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