L’ora di opporsi ai sovranisti. Da Milano e per l’Italia

Difendere istituzioni e regole democratiche, far ripartire l’economia. Intervista a Carlo Cerami

31 Maggio 2018 alle 06:10

L’ora di opporsi ai sovranisti. Da Milano e per l’Italia

Carlo Cerami

Milano. “E’ sbagliato cadere nella trappola tesa dai sovranisti, che vogliono fare credere che l’Italia per far valere le sue ragioni debba battere i pugni, gridare o chiamarsi fuori, rinfocolando antiche rivalità. Deve invece essere credibile, mostrare di voler superare i difetti della sua economia e spingere l’Europa a fare altrettanto, tutti insieme in uno sforzo collettivo che prefiguri l’unione politica europea. Il nostro debito pubblico va finanziato da chi lo detiene; e chi lo detiene sta anche fuori dai nostri confini. E nel frattempo servono politiche espansive sul fronte della domanda agendo con sapienza e senza rotture sulla leva fiscale e sugli investimenti. Crescita, equità, lo sanno tutti, implicano investimenti anche privati. E i capitali misurano il rischio, non hanno tempo da perdere con le sciocchezze sovraniste dell’Europa di Visegrad. E dubito che noi si possa fare a meno dei capitali se non al prezzo di mandare in rovina un’economia ancora fragile ma in netta ripresa dopo gli anni di governo del centrosinistra”. Diceva Churchill, non si può avere paura delle persone che pensano. Quindi di Carlo Cerami, avvocato milanese (d’adozione) di 53 anni, non si può avere paura. Anche quando esprime, come fa colloquiando con il Foglio, concetti assai duri riassumibili in espressioni come “attacco all’assetto e ai valori dell’Italia”, “rischio di tensione nelle piazze”. Concetti frutto di una riflessione lunga e figlia di una storia personale che lo ha visto attivo in politica nella metropoli lombarda, poi responsabile milanese della Fondazione Italianieuropei, poi “ritirato” dalle contese partitiche e membro del cda di Fondazione Cariplo, presidente di una sgr pioniera e leader nel settore del social housing, nel cda di Galileo, di Terna e infine – adesso – di Poste Italiane. Ma senza perdere la passione per la politica, soprattutto in un momento in cui è vietato tirarsi indietro davanti a quella che definisce “un’emergenza democratica”. 

 

Carlo Cerami appartiene alla cerchia, fortunatamente non ristretta, delle persone che conoscono bene due mondi diversi, l’economia e la politica, e cercano sintesi virtuose. Persone che soprattutto in una città come Milano si sono accorte da tempo e con allarme di quanto il populismo gialloverde costituisca un rischio per l’assetto democratico e al contempo per il sistema paese. “Siamo in questa situazione perché è stato messo in discussione in maniera netta, come non era mai accaduto in passato, il sistema di valori e l’impianto dei poteri così come è disegnato dalla Costituzione”, dice al Foglio. “Si sono costruite posizioni politiche che mirano a scardinare quell’assetto, richiamandosi a una distorta concezione della democrazia”. Le fasi di questa demolizione sono riconoscibili chiaramente? “Nella campagna elettorale si odorava il fatto che l’atteggiamento del blocco populista fosse quello di ritenere come unica cosa importante la sovranità popolare rispetto alle forme entro le quali essa si esprime, in un solido sistema di pesi e contrappesi, di suddivisione dei poteri, come ben scritto nella Costituzione. Detta chiaramente: se il presidente afferma in modo corretto il diritto all’esercizio delle proprie prerogative e viene travolto da un’ondata polemica secondo cui avrebbe offeso la sovranità popolare espressa tramite il voto, allora si scassa tutto. Dentro questo conflitto ci sono tutte le ragioni per ritenere che l’assetto venga messo in discussione”. Il punto nodale, il punto di svolta è stata la battaglia su Mattarella. “Guardiamo la domanda di impeachment. Era esplicitata in questi termini: il presidente deve essere un notaio, e dunque deve assecondare la volontà popolare. Se non lo fa, viene trascinato di fronte ai rappresentanti del popolo, per venire giudicato. Senza sapere che il potere di nomina implica valutazioni di merito e che comunque a giudicare sarebbe stata la Corte costituzionale. Ma la presidenza della Repubblica rappresenta l’unità del paese e in passato mai nessuno aveva pensato di poter mettere in discussione la regola fondamentale del sistema di funzionamento della forma di governo, che riconosce quel rango al presidente”. Con il corredo di offese e vili minacce.

 

E Savona che cosa c’entra? “Niente. Io non riesco a capire come sia possibile che una parte dell’opinione pubblica di sinistra abbia indugiato e discettato del tema del professor Savona come se questo fosse importante. Insomma, come se il presidente dovesse giustificarsi per aver rifiutato per molte e opportune ragioni che attengono alla difesa del nostro paese e dei suoi risparmi. Ma il punto non è Savona. Il punto è che non esiste la possibilità di imporre al presidente un ministro sgradito. E non esiste la possibilità di metterlo in stato d’accusa. E’ stato un passaggio talmente cruciale, questo assalto al Colle, che in molti, come me, hanno ho avvertito in persone anche lontanissime la necessità di scendere in piazza per difendere Mattarella, e lo scontro tra le due Italie può degenerare. Io ne avverto i rischi”.

 

In tutto questo c’è una latitanza degli intellettuali, di quelli che potrebbero essere degli argini al populismo? “Non è la prima volta che le democrazie soffrono una forma di negazione della validità del meccanismo di contrappesi che determina il funzionamento delle istituzioni democratiche. Gli americani lo chiamano legalismo autocratico, quando il mandato elettorale viene utilizzato come unica fonte di legittimazione del potere. Non ci sono mediazioni o moderazioni. Il problema è che in Italia i partiti che presidiavano, forti del consenso popolare,  quel sistema di contrappesi, sono stati sconfitti. Peraltro nel primo grande lavacro populista che fu Mani pulite. Quindi non sono in campo, se non in misura minore. Questo è un punto politico dirimente: che tipo di democrazia vogliamo essere? L’esito della stagione delle riforme è deprimente: un sistema proporzionale fondato su partiti sostituito da formazioni personali o private. Non male. Ma una riflessione vogliamo farla o no, su questo? O tutto si è fermato il 4 dicembre 2016?”.

 

E per quanto riguarda gli intellettuali? “In assenza di formazioni politiche capaci di incidere, capaci di crescere una classe dirigente consentendo l’accesso ai ruoli di responsabilità anche a chi proviene da mondi diversi e popolari, ma selezionati su merito e capacità, non ci si può aspettare che da soli riescano a combattere il populismo, anche perché il populismo è un fenomeno della politica contemporanea che arruola molto presunti intellettuali e seduce parte di coloro che dovrebbero arginarla. Non è mai stato vero che gli intellettuali abbiano guidato il consenso popolare; ma senza un mondo intellettuale attivo e impegnato, la politica si inaridisce e diventa gioco di potere”. Abbiamo scritto sul Foglio che lei si in qualche modo si ispira Reichlin (a proposito di Italianieuropei). Il partigiano Cerami, dunque, è pronto a combattere contro lo sfascio-populismo? “Non scherziamo, Alfredo Reichlin è stato intellettuale e politico insieme, io al confronto non sono nulla; mi onora provenire da quella stessa storia e di averne appreso alcuni insegnamenti, primo tra tutti la funzione nazionale di un partito politico. Cioè al servizio del proprio paese. Per il momento non vedo rischi di degenerazione violenta. Ma di certo oggi è in discussione il nostro modo di concepire la democrazia e perfino l’appartenenza all’Europa. E’ in discussione il complesso dei nostri valori. Di fronte a questa sfida la reazione giusta è quella di comporre un rassemblement che vigila e reagisce, che non elimini le differenze tra progressisti e moderati, ma si allea sul punto valoriale in gioco. Tutti quelli che si riconoscono nei valori del sistema costituzionale repubblicano devono provare a costruire una forza di resistenza, far sentire la propria voce”. Una sorta di Cln? “Non esageriamo. A me quello che interessa dire è che intorno al conflitto su Mattarella qualcosa si sta già coagulando. E’ stato un punto di rottura: nei conciliaboli, nelle famiglie, tra gli amici non c’è chi si sia astenuto dal prendere posizione. La misura emotiva della difesa del presidente è formidabile. Da una parte c’è il sovranismo autocratico. Dall’altra noi. Del resto nel contratto sottoscritto tra M5s e Lega ci sono altre parti incredibili e inquietanti. Per esempio, sulla giustizia”.
Cerami è avvocato, e la giustizia, a osservarla da vicino, spesso è un tasto dolente. “Noi abbiamo in Costituzione il principio del giusto processo. Nel giusto processo c’è la durata dello stesso. Loro propongono di eliminare l’unica possibilità che si ha per affermare che uno stato deve esercitare la giustizia entro un termine definito, ovvero la prescrizione. Un processo senza fine come fa a essere giusto? Però poi vogliono il vincolo di mandato per i parlamentari. E con il vincolo di mandato bastano due o tre persone che decidono tutto e gli altri sono inutili”.

 

In tutto questo, dai sindaci di Milano dal 1976 a oggi è arrivato un segnale forte all’indirizzo del Colle: stiamo con te. “Io mi ricordo gli anni di Tognoli e Pillitteri. Milano è sempre stata una città che ha vissuto un rapporto non sempre eccellente con il potere politico romano. Milano ha sempre voluto proporsi per quello che è: una città economica con proprie istanze e richieste. Nella storia di Milano le presidenze della Repubblica hanno giocato un ruolo importante. I rapporti tra Milano e il Colle sono stati sempre virtuosi. Se governo e Parlamento risentivano di divisioni politiche, Milano ha sempre avuto una forte schiena liberal-socialista unitaria, egemone. E quel tipo di violenta contrapposizione non l’ha mai vissuta: per questo intesseva i suoi rapporti con il Quirinale, che rappresenta l’unità del paese. Non mi sorprende e mi inorgoglisce questa presa di posizione dei sindaci. E’ un gesto molto forte“. Milano però rischia molto, anche a livello economico, da questa instabilità. “Milano è l’avanguardia economica del paese, e tiene il rapporto tra l’economia italiana e quella internazionale. E’ il porto verso il mondo: nessuna città italiana ha questa caratteristica di hub se non Milano. Devo dire che la città ha anche goduto degli effetti migliori della stagione di governo del centrosinistra recente, quello di Renzi e Gentiloni. Che si sono prodigati molto ad aprire opportunità. Ma Milano senza l’Italia torna a essere una piccola città. Le sue dimensioni sono modeste. La sua economia per quanto insista sull’area regionale lombarda rimane una piccola realtà, seppur formidabile. Se Milano non ha alle spalle un governo che l’aiuti a costruire nell’Europa e nel mondo relazioni istituzionali e politiche, tutto questo rischia di essere sprecato. La domanda di Milano deve essere quella di un governo che ci porti in Europa. Da questo punto di vista sono abbastanza freddo su una milanesità orgogliosa e rivendicata ossessivamente. Milano deve essere capace di influire sull’Italia. L’unica cosa che gli italiani possono rimproverare a Milano è che la città si occupa molto bene di sé, ma non della nazione. Ora è il momento che Milano si faccia carico di questo problema che ha l’Italia”.

 

Il problema è la modalità. E Cerami, che nel settore economico ha la sua professione, è consapevole anche dei rischi – non solo del senso di rischio percepito – che una città come Milano sta vivendo sul fronte della finanza, degli investimenti, della sospensione della fiducia da parte dei mercati internazionali. I segnali concreti ci sono già. “Io penso che Milano debba essere capace di muoversi nella scena politica con una proposta originale, che parta da qui ma si rivolga a tutto il paese. Oggi guardando all’area riformista del centrosinistra si nota un certo scarto tra il peso di Milano quale capitale economica e traino del paese e influenza sulla politica. Come si risolvono i problemi dell’Italia? Milano deve essere generosa, e deve indicare la via per una politica nazionale che faccia i conti con temi spinosi come lavoro, giovani, mezzogiorno, tasse, pubblica amministrazione”. Per questo serve però che le persone con più idee si impegnino in prima persona.

 

“Dopo il 1992, quando la politica è stata fatta oggetto di un attacco sconsiderato e violento, molte delle persone più attrezzate tendevano a prediligere l’economia, la finanza, le professioni. A forza di agire in questo modo ci accorgiamo oggi che a occupare le posizioni di primo piano della politica vanno, come tra le file dei movimenti spontaneisti e populisti, figure prive della solidità ed esperienza per assolvere al ruolo di guidare le comunità, compito sempre più difficile. Se noi continuiamo a lamentarci di certo non offriamo soluzioni. Non ha senso continuare a esprimere opinioni stando in disparte, ma è il momento di mettere da parte qualche ambizione e dare una mano. Ma riflettiamoci: quando le prospettive della tua stessa carriera sono in discussione, perché l’Italia rischia di uscire dall’Europa, continuare a dolersi non può essere più sufficiente. Ognuno farà le scelte che crede, ma ci sono momenti nella vita in cui ti senti dentro un pungolo sulla coscienza. Secondo me uno di quei momenti è adesso”.

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