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La scuola di design per bambini, storia di un successo (ormai poco) italiano

“Ero convinto che le famiglie fossero consapevoli che proprio quando c’è la crisi si deve investite in formazione per i propri figli. Passare da manager a imprenditore non è stato facile” dice Stefano Paschina che ha creato la Ludum School

12 Maggio 2018 alle 06:00

La scuola di design per bambini, storia di un successo (ormai poco) italiano

Foto Pixabay

C’è una storia di questi ultimi anni di un imprenditore milanese che rappresenta al meglio le potenzialità della Milano di oggi e anche i limiti che ne frenano lo sviluppo. E’ la storia di Stefano Paschina, 52 anni, origine sarde, che ha creato la Ludum School, un’eccellenza mondiale nel campo dell’istruzione ma non è riuscito a difendere la sua creatura dalle logiche del mercato globale che prevede il saccheggio dei nostri gioielli da parte dei colossi internazionali. Tutto ha inizio nel 2009, l’anno nero dell’economia italiana. Paschina da un anno è ex amministratore delegato dello Ied, l’Istituto Europeo del Design: da qualche tempo coltiva un’idea insolita, creare una scuola privata in cui si insegna il design ai bambini. Non è solo il momento negativo a sconsigliare questa impresa: i colleghi del settore lo mettono in guardia spiegandogli che non esistono spazi di mercato: “Ero convinto – spiega al Foglio – che le famiglie fossero consapevoli che proprio quando c’è la crisi si deve investite in formazione per i propri figli. Passare da manager a imprenditore non è stato facile”.

    

Si comincia con tre soci in tutto e 18 bambini che frequentano un nido. Si ottiene un finanziamento di 150 mila euro ma non basta, la famiglia Paschina vende 10 appartamenti e impegna i proventi nella scuola. I primi i tempi sono duri, i tre soci svolgono tutte le mansioni, dalla guida del pulmino dei bambini alla preparazione del pranzo. Con gli anni il progetto inizia a decollare, aumentano le iscrizioni e le classi, nel 2015 arriva la svolta: la Ludum School si trasferisce in via Dei Fontanili, sud Milano, in un ex opificio dismesso che viene recuperato e trasformato in un istituto ultra modero con le aule dotate di tecnologie informatiche, in cui si studia inglese una parte delle materie e si sperimenta sin dalle prime età a ideare oggetti. “Milano è una città fantastica per fare impresa – commenta Paschina – ho trovato un sostegno totale nell’amministrazione comunale, un’attenzione e una sensibilità che non credo abbia paragoni nel resto d’Italia: per consentirmi di avviare la mia attività è stato modificato in tempi brevi il Pgt, inoltre è stata riqualificata la viabilità della zona”.

  

La Ludum arriva ad avere tutte le classi dal nido alle elementari, e dall’anno prossimo aprirà anche la prima media. Gli allievi sono 250, i dipendenti sono diventati 35, è arrivata anche la parificazione con la scuola pubblica, è utilizzato il Cambridge Primary per la lingua inglese e la matematica. Soprattutto è l’unico esempio al mondo di scuola dell’obbligo con indirizzo design al punto che una delegazione viene chiamata dal MIT di Boston per illustrare il progetto. La cose si complicano proprio quando vanno per il meglio: “Eravamo troppo grandi rispetto ai piccoli e piccoli rispetto ai grandi – racconta il fondatore della scuola – dovevamo crescere e avevamo bisogno di 10 milioni di euro: ho presentato la richiesta a tre diversi istituti di credito ricevendo sempre risposta negativa, chiedevano garanzie che non potevo offrire”. Non basta la partnership con la KC School, per la Ludum si prospetta lo stesso esito già visto con le gelaterie dei fratelli Grom, con YOOX Net-A-Porter Group di Federico Marchetti e con altri meno noti: cedere al colosso straniero. Dallo scorso dicembre il 75% di Ludum è stato rilevato da un fondo americano, il restante 25 e la gestione dell’azienda restano a Paschina. Gli studi sulle prospettive di sviluppo sono ottimali, il fatturato è di 2-3 milioni ma si arriverà a 14 milioni nel 2025. Nel settembre del 2020 sarà costruito un campus, si punta ad ampliare l’offerta d’istruzione sino alle medie superiori ma resta comunque il rammarico per l’ennesima occasione persa di un eccellenza italiana, meglio milanese, che deve cedere alle sirene straniere per potere proseguire la propria navigazione.

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