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GranMilano

Contarsi tra Sì e No a sinistra, una faccenda con qualche rischio

Fabio Massa

L'impatto delle urne sulla gestione delle primarie e sul rapporto con i riformisti. Il referendum come una cartina di tornasole di rapporti di forza interni al centrosinistra milanese

Il referendum come una cartina di tornasole di rapporti di forza interni al centrosinistra milanese. Laterale rispetto alla questione principale (riassunta: ti piace come funziona la giustizia, anche e soprattutto nella città di Mani pulite? Vota No. Non ti piace come funziona tutt’oggi, nella città ex di Mani pulite ma anche del pool edilizio? Vota Sì), ci sono le mille letture politiche che in questi giorni, seppur tenute a bada, prevalgono però sul dibattito generale. In chiave locale sarà interessante vedere il dato della città dove più stabilmente è in sella il centrosinistra. Perché è un dato che – di fatto – “isola” numericamente i riformisti: se c’è un modo per contarli, depurandoli dai dati dei partiti di centrodestra, è proprio il referendum sulla giustizia. E’ il momento definitivo per capire se la datata ma celebre frase di Pierfrancesco Maran sia veritiera oppure no: “I riformisti sono abbastanza per riempire il Parenti (ogni riferimento a Meloni è ovviamente casuale, ndr), ma non abbastanza per riempire le urne”. Tanto più che nel pessimismo generale di chi ha fatto campagna per il Sì, l’unica grande città che potrebbe, proprio per la sua natura “riformista”, premiare la riforma è Milano.

Del resto Milano fu la città in cui vinse persino il referendum di Renzi, e in cui persino Claudio Martelli e Lia Quartapelle si dividono. Quali potrebbero essere le conseguenze per il Pd e – in subordine – per il campo largo? Secondo alcuni dirigenti consultati dal Foglio il partito non ha vissuto con particolare tensione la campagna referendaria né prevede di contraccolpi dopo il voto, chiunque vinca. Del resto alcune delle personalità che sostengono la riforma hanno avuto ruoli apicali qui, e il loro impegno è sempre stato moderato. Chi sostiene il No, tra cui il sindaco Beppe Sala, è stato egualmente moderato nell’esprimere le proprie opinioni. Diverso è però lo scenario se si allarga l’inquadratura al campo largo di cui Milano è la più plastica interpretazione. Il referendum potrebbe infatti essere il punto di rottura che alcuni auspicano. Non è un caso che sia partita una campagna contro i “traditori” della sinistra che votano Sì da tutto quel mondo composto dai contestatori del modello Milano, dell’amministrazione Sala e dell’operato del Pd in Consiglio comunale. Peraltro sul No sono schierate molte anime della sinistra, che in modo molto civile stanno facendo campagna: i cattolici di Granelli & Co, le Acli, ovviamente la Cgil al completo, i centri sociali. Un fronte eterogeneo, al quale si contrappone quello terzopolista (sia di Italia Viva sia di Azione) e l’iperattivismo di Forza Italia.

Il solco che si sta scavando con il referendum rischia di impattare pesantemente anche sulla gestione delle primarie: come ricomporre dal giorno dopo, se vincerà il No in città, le anime più a sinistra con quelli che sono ritenuti i “traditori”. E viceversa, se dovesse vincere il Sì, come verrà gestita componente riformista, attualmente fuori dagli incarichi dirigenziali del partito? E come i riformisti si porranno nei confronti del no secco di Mario Calabresi alla riforma, spiegato in una lettera al Giornale (lo stesso Giornale che ha pubblicato il Sì di Giuliano Pisapia)? Sono interrogativi che andranno a impattare pesantemente anche sul complicato processo di indizione delle primarie. Anche queste hanno grandissime incognite. C’è un legame con l’idea di Elly Schlein di far scegliere agli elettori del campo largo chi dovrà rappresentarlo nella battaglia contro Giorgia Meloni (che potrebbe essere rinfrancata dall’esito del referendum). Se si dovessero fare primarie per la premiership, come non farle per il candidato sindaco? E se ci dovessero essere primarie, come sarebbe possibile farle con – probabilmente – almeno quattro candidati (Calabresi, Majorino, Scavuzzo, Conte) di cui tre moderati? Il rischio è quello di un percorso “anarchico, che punta a dilaniare ulteriormente il campo largo dal quale Azione si sta smarcando da lungo tempo. Non è un caso che Ettore Rosato abbia sintetizzato la questione ironicamente: “Perché, esiste?”. Il campo largo forse no, ma i riformisti a Milano esistono di sicuro. Quanti, lo dirà il referendum sulla giustizia.

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